Il concerto della mia vita

Stefania Cafaro, numeraria dell’Opus Dei, di professione concertista, ha iniziato a studiare pianoforte a 5 anni; a 15 anni ha conosciuto l’Opus Dei. Da allora il suo percorso professionale di concertista e il suo cammino spirituale sono andati di pari passo: la vocazione artistica è divenuta parte integrante della chiamata soprannaturale.

Testimonianze

Se dovessi citare gli avvenimenti focali della mia vita, penso che potrei identificarli con due numeri: il 5 e il 15. A 5 anni, infatti, ho iniziato a suonare il pianoforte e a 15 ho conosciuto l’Opus Dei, cui ho aderito qualche anno dopo. Significano, rispettivamente, la scoperta della mia vocazione professionale e l’inizio del percorso che mi avrebbe portato alla scoperta del senso della mia vita. Adesso ho 34 anni, passati in gran parte accanto a un pianoforte, ma non solo…

Sono nata e vissuta a Catania ed è in questa città che ho conosciuto l’Opera e ho cominciato a frequentare i mezzi di formazione spirituale. Pur sapendo dell’esistenza dell’Opus Dei -mio fratello, già allora, era da diversi anni numerario-, non mi ero mai interessata a frequentarne un centro. Ricordo perfettamente che una delle cose che mi conquistò subito fu il clima di famiglia, allegro e sereno, che vi si respirava.

Pian piano cominciai a conoscere sempre di più lo spirito dell’Opera e a capire che forse era la strada attraverso la quale il Signore mi chiedeva di amarlo e seguirlo. Andavo comprendendo sempre di più il senso di quello che facevo, il suo valore intrinseco. Scoprii che offrire il mio lavoro - prima lo studio e poi la carriera di concertista- e farlo bene era un modo per unirmi a Dio e per restituirgli ciò che mi aveva dato: il talento per la musica.

Qualche anno dopo, capii che la mia vocazione cristiana si concretava nella vocazione all’Opus Dei e pertanto vi entrai come numeraria. A volte mi domando quali sono gli aspetti dello spirito dell’Opera che più mi hanno affascinato e che continuano a segnare la mia crescita umana e professionale. Ne sottolineo tre, anche se non sono gli unici.

Il primo aspetto è legato all’esperienza di un rapporto con Dio molto personale e pertanto estremamente libero. La formazione ricevuta (attraverso la predicazione sacerdotale, le riunioni di formazione, le lezioni e la direzione spirituale, ecc..) mi ha portato a comprendere, sempre di più, che la vita cristiana non è un insieme di regole rigide a cui sottostare, ma una costante chiamata a scoprire che cosa Dio mi chiede oggi, nella situazione concreta che sto vivendo, e a far leva sulla grazia di Dio per corrispondere. Ogni scelta, anche piccola, è, pertanto, conseguenza di un dialogo d’amore ed è frutto di un sereno abbandono, della fiducia in Dio. Questa atteggiamento interiore mi sta aiutando, per esempio, ad affrontare con serenità sia i successi che gli insuccessi nel mio lavoro professionale. 

Più volte la fiducia in Dio mi ha portato a non scoraggiarmi davanti ad alcune ingiustizie subite e a rilanciare il mio impegno per affrontare ogni “sfida” con la maggior serietà e onestà possibile. Pochi anni fa, per esempio, mi iscrissi a un concorso internazionale; contemporaneamente un maestro francese, che avevo conosciuto da poco, mi invitò a partecipare a una sua master class. Ma a un certo punto mi resi conto che il maestro sarebbe stato uno dei membri della giuria del concorso, e pertanto, dopo aver riflettuto e pregato, decisi di declinare l’invito spiegandogli che mi sembrava più corretto agire in questo modo. Rischiai, perché non sapevo come avrebbe reagito… Alla fine lui capì e apprezzò il comportamento e oltretutto, due mesi dopo, vinsi, con giudizio unanime della giuria, il concorso.

In questa ottica di fiducia in Dio, anche la lotta ascetica non è, allora, sforzo titanico, ma il cercare di ricambiare l’amore di Dio; quando non ci si riesce… non succede nulla e si ricomincia ad amare! Quello che Dio chiede a me personalmente, molte volte è diverso da quello che chiede alla persona dell’Opera che mi sta affianco e viceversa… Dunque, non esiste un unico modo di comportarsi, ma tanti e diversi quanto diverse possono essere le persone, ciascuna con le sue peculiarità, pregi e difetti.

Il secondo aspetto è quello della cura delle piccole cose, cioè la “scoperta” che per amare Dio non sono necessari i grandi atti, i gesti eroici, ma la fedeltà nel piccolo. È il caso della mortificazione cristiana: attraverso gli scritti di San Josemaría ho compreso che dovevo cercarla nella carità fraterna, sforzandomi di rendere piacevole la giornata alle persone che vivono o lavorano con me; in quelle piccole rinunce di cui spesso solo Dio si accorge e che proprio per questo sono ancora più preziose ai suoi occhi; nel compimento del mio lavoro, anche quando diventa più ostico e difficile. Spesso mi sento dire che sono fortunata perché la musica è così bella che mi permette di lavorare senza stancarmi! Anche se devo ammettere di svolgere un lavoro bellissimo, non per questo non richiede sacrificio e dedizione. E allora so che cercare la mortificazione nel mio lavoro consiste nel non stancarmi di curare i dettagli, nel non accontentarmi mai, nel cominciare a studiare i pezzi che mi piacciono di meno per evitare di rimandarli al giorno dopo…

Infine, un altro aspetto dello spirito dell’Opera che mi ha toccato profondamente è l’apertura alle cose belle del mondo e soprattutto agli altri. Per molti anni la mia vita è stata totalizzata dall’impegno professionale e dal desiderio di “emergere”, di far carriera, e questo a discapito, molte volte, delle relazioni umane, dei momenti di svago, ecc... Ma a un certo punto ho cominciato a percepire che questo tipo di vita non mi appagava e, guidata dall’esempio di San Josemaría, ho cercato di aprirmi ad altri interessi, persone, attività. Da alcuni anni, oltre ai concerti, mi occupo più direttamente dell’organizzazione di attività che contribuiscano alla formazione delle persone giovani. Questo mi richiede energie fisiche e mentali, oltre che tempo, ma tutto ciò ha arricchito la mia vita, il mio esser donna e anche il mio modo di far musica.

Scrive S. Josemaria in Solco n. 502: “E’ importante che ti dia da fare, che offra la spalla… In ogni modo, metti gli impegni professionali al loro posto: sono esclusivamente mezzi per arrivare al fine: non possono mai essere considerati addirittura come la cosa fondamentale. Quante “professionaliti” impediscono l’unione con Dio!”. Il rischio c’è e io l’ho sperimentato più di una volta nella mia vita! Lo spirito dell’Opera mi ha insegnato a coniugare la passione professionale e una giusta ambizione, mettendo Dio al primo posto nella mia vita. E così suonare, per me, equivale a godere o, meglio, a far godere anche Dio e godere con Lui.

La scoperta del messaggio che Dio ha affidato a S. Josemaría, è stata personalmente la scoperta di una realtà semplice e al contempo meravigliosa: trasformare il mio lavoro in un incontro con Dio e scoprire così il senso di una stupenda professione che, per me, è anche un compito meraviglioso.