QN: "Il Codice non vale una guerra"

Intervistato dal quotidiano QN, don John Wauck dell'Opus Dei commenta così il romanzo di Dan Brown: «Troppi sbagli, non va preso sul serio».

Ufficio stampa

Don John Wauck non lo direbbe mai. Lui, laureato alla Harvard University in storia del Rinascimento, collaboratore del governatore della Pennsylvania e del ministro statunitense della giustizia, e poi sacerdote, membro dell'Opus Dei e professore di Letteratura e comunicazione presso la Facoltà di comunicazione sociale dell'Università della Santa Croce a Roma, lui non direbbe mai — parafrasando il mitico Fantozzi — che 'Il Codice da Vinci' di Dan Brown è «una boiata pazzesca». 

E tuttavia è questa la conclusione alla quale inevitabilmente giunge chi ascolta parlare il giovane sacerdote, elegantissimo nella sua veste talare nera, del romanzo che ha venduto nel mondo 40 milioni di copie, e del film che ne è stato tratto, in uscita a maggio negli Stati Uniti.

Don Wauck, è pronto a dare battaglia?

«Battaglia? Ma no, non ne vale proprio la pena».

Ma lei non ha aperto un blog (davincicode-opusdei.com) dedicato appunto al “Codice”' e all'Opus Dei?

”Sì, perché la gente si pone delle domande ed è giusto dare risposte: l'importante è che la gente possa trovare la verità. Ma nessuno vuoI fare una battaglia”.

Ma il libro di Dan Brown attacca o no l'Opus Dei e la Chiesa?

«Si. ma non le attacca in modo serio: nel libro ci sono troppi sbagli... C'è una scena chiave che è interessante per capire il tono generale del romanzo: il professor Langdon parla con il suo editore dell'opera storica che vuole scrivere sulla santità femminile, gli parla del matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena. L'editore lo esorta a pensare alla sua reputazione, giacché un professore di Harvard non può rischiare di essere preso per un romanziere di basso livello. 'C'è qualche storico che dice queste cose?', gli chiede. E Langdon risponde: sì, ho un elenco di 50 storici famosi. Ma non ne menziona nessuno, se non quello che è... il cattivo del romanzo».

E dunque?

«L'impressione è che Dan Brown giochi con il lettore. Sa benissimo che non c’è nessuno storico serio che dice le cose che si dicono nel libro. Brown deve essersi molto divertito a scrivere il romanzo. E ora si gode i guadagni».

E allora a chi fa paura 'Il Codice di Vinci'?

«Paura? Non dobbiamo avere paura: la Chiesa ha risposte molto più forti del romanzo. Anzi, la Chiesa potrebbe utilizzare questo romanzo come strumento di catechesi, perché parla, sia pure in modo sbagliato, di temi centrali come l'autorità delle Scritture, i Vangeli apocrifi, la sessualità secondo i pagani e secondo i cristiani, del posto della donna nel Cristianesimo... Una persona che affrontasse seriamente questi temi, riceverebbe un'educazione cattolica fantastica».

Bisognerebbe però confutare Dan Brown...

«Ma per confutare Dan Brown non ci vuole molto, per certe cose basta consultare Wikipedia... E si scopre che la fede è molto più interessante del romanzo».

Per esempio?

«Il “Codice” nega la divinità di Gesù. Ma quello che ci dice la Chiesa, che noi siamo figli di Dio, è molto più interessante di quello che ci racconta Dan Brown: che venti secoli fa un carpentiere di Nazareth, che non era figlio di Dio, si è sposato con una donna chiamata Maria Maddalena... E che ce ne importa?».

Le piacerebbe incontrare Dan Brown?

«Mi piacerebbe moltissimo, ma non credo che avverrà mai».

Perché?

«Perché alcuni suoi errori sono indifendibili e davanti a certe contestazioni gli sarebbe impossibile non mettersi a ridere. Molto meglio per lui rimanere “'l'uomo del mistero”»