L’Amore che abbraccia il mondo (La creazione, II)

Dopo aver riflettuto sui racconti della creazione, possiamo chiederci ancora una volta: in che senso è razionale parlare oggi di creazione?

Testi di vita cristiana
Opus Dei - L’Amore che abbraccia il mondo (La creazione, II)

Che l’amore occupi un posto centrale nella realtà appare un’idea bella e che ispira molte persone, ma forse spesso è una convinzione nostalgica: il mondo – dicono – sarebbe un posto migliore se tutti noi ci facessimo guidare da questo principio. L’esperienza del male, delle ingiustizie, delle imperfezioni del mondo, sembrano fare dell’amore più un ideale al quale tendere che la base sulla quale s’innalza l’edificio stesso della realtà. «All’uomo moderno sembra, infatti, che la questione dell’amore non abbia a che fare con il vero. L’amore appare oggi un’esperienza legata al mondo dei sentimenti incostanti e non più alla verità»[1].

Per contrasto la fede cristiana riconosce all’origine dell’universo un Amore personale e infinitamente creativo, che è arrivato sino al punto di entrare egli stesso nella sua creazione per salvarla. «Ti ho amato con amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà» (Ger 31, 3). Molte persone che operano con il desiderio di migliorare il mondo, riconoscono la grandezza di questa concezione della realtà, ma non possono evitare di considerare l’idea di un essere personale ed eterno – un essere che precede il mondo – come qualcosa che alla fin fine risponde a un modo di pensare «mitico e contrario al sistema»[2]: qualcosa di estraneo alla trama razionale che possiamo condividere, nella misura in cui si basa sulla nostra comune esperienza del mondo. Dopo aver riflettuto sui racconti della creazione della Genesi, possiamo domandarci ora, ancora una volta: in che senso è razionale parlare oggi di creazione?

Dov’è Dio?
Accade spesso, anche tra persone di fede, esprimere la considerazione che, mentre la scienza basa le sue affermazioni su prove certe, l’idea di Dio si baserebbe su tradizioni o supposizioni non verificabili. A prima vista sembra difficile obiettare qualcosa a questa idea. Tuttavia, se si tiene conto che «prove certe»significa qui «certezze empiriche», si capisce che questa certezza ha un valore delimitato dalla stessa scienza, che deliberatamente si concentra sugli aspetti empirici e misurabili della realtà. Questa decisione strategica ha permesso alla scienza di crescere in modo esponenziale, ma comporta anche che il suo studio non possa abbracciare l’intero spettro della realtà o almeno non possa rifiutare l’ipotesi che tale spettro sia più ampio. D’altra parte, come ogni disciplina – compresa la teologia –, la scienza sperimentale si basa su presupposti che essa stessa non è in grado di dimostrare. Uno di essi è l’esistenza della realtà che studia, che richiede necessariamente una riflessione razionale di altro tipo. Si capisce così perché la rivelazione cristiana non mette in discussione il metodo della scienza né i suoi evidenti successi: in realtà, lo precede e gli apre orizzonti più ampi.

Non c’è dubbio che il modo peculiare con cui Dio si fa presente nel mondo può farlo apparire a volte come il grande assente. Scriveva sant’Agostino: «Niente è più nascosto e niente più presente di Lui; difficilmente si trova dove sta e più difficilmente dove non sta»[3]. Questo paradosso, questo incrocio di sì e no, che sembra indicare un cortocircuito, parla invece della necessità di aprire la razionalità a un altro livello[4]. Dio non è una realtà come tante altre in questo mondo, né interviene necessariamente nei processi naturali in modi empiricamente verificabili. Dio opera a un livello molto più profondo, sostenendo l’essere di tutte le cose, facendo sì che le cose siano. Quando si parla di Lui, anche per negarne l’esistenza, il linguaggio va sempre al di là dell’ambito di rigore proprio della scienza sperimentale e s’inserisce in un linguaggio diverso, che la scienza stessa presuppone e che ha anche un proprio rigore: il linguaggio filosofico o metafisico. Per questo, il dio che si vorrebbe obbligare a rivelarsi attraverso strumenti di osservazione scientifica non sarebbe il vero Dio, ma una sua caricatura. Il vero Dio non viene a interferire nella scienza, perché si colloca a un livello di realtà precedente alla scienza stessa. Dio non trova posto nelle leggi della fisica perché sono piuttosto le leggi della fisica quelle che «trovano posto» in Lui[5].

Il contributo della scienza è stato determinante per rendere l’uomo consapevole dell’immensità dell’universo, della sua evoluzione dinamica; per comprendere le sue leggi, e anche la traiettoria evolutiva, che costituisce una sorta di preistoria biologica di apparizione dell’homo sapiens sulla terra. Tuttavia la scienza non può spiegare sino in fondo l’origine dell’universo, perché questo evento non collega due «stadi» della stessa realtà. Spiegare la «legge» con la quale si è passati dal nulla alla prima forma embrionale dell’universo va ben oltre le possibilità della scienza, perché il nulla sfugge a qualsiasi rappresentazione scientifica. Ogni teoria cosmologica assume una struttura spazio-temporale come punto di partenza; e il nulla in senso radicale – vale a dire, il non-essere – si viene a trovare sempre al di fuori di questa struttura: la soglia che separa l’essere e il nulla è metafisica[6]. Si capisce allora perché il dialogo tra la scienza e la teologia non sia soltanto desiderabile ma indispensabile, e richieda la mediazione della filosofia, non tanto come un arbitro che metta pace tra le parti che litigano, quanto come un interlocutore capace di comprendere la portata e le possibilità delle due discipline.

una scienza senza Dio non libererebbe il mondo dai miti, perché inevitabilmente rimarrebbero sempre delle fessure che verrebbero colmate con altre spiegazioni

Nel cuore del reale
Anche avvicinandosi all’origine stessa dell’universo, dunque, la scienza rimane sempre da questo lato della realtà, dentro l’essere. Sono molti gli scienziati che, nell’identificare questa soglia, si rendono conto della necessità di iniziare una riflessione filosofica, mediante la quale è possibile arrivare a comprendere la necessità di un Creatore all’origine dell’universo. «È, indubbiamente, un grande libro la stessa bellezza del creato: guarda, considera, leggi il mondo superiore e quello inferiore. Dio non ha tracciato con l'inchiostro lettere per mezzo delle quali tu lo potessi conoscere: davanti ai tuoi occhi ha posto ciò ch'egli ha creato. Perché cerchi una voce più forte? Gridano verso di te il cielo e la terra: "Io sono opera di Dio"»[7].


Tuttavia, anche la filosofia stessa va a cozzare contro domande limite: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Perché esisto? In questo senso, la fede cristiana viene ad apportare «una immagine di Dio nuova, più elevata di quella che mai potrebbe forgiarsi e pensare la ragione filosofica. Ma neppure la fede contraddice la dottrina filosofica di Dio; [...] la fede cristiana in Dio accetta in sé la dottrina filosofica di Dio e la consuma»[8]. Alla domanda intorno al perché, intorno al senso ultimo dell’esistenza – domanda che in un certo momento della vita diventa decisiva per tutti –, si stabilisce il silenzio. Si leva allora la fede cristiana e risponde serenamente: Dio stava lì prima del mondo, lo pensò e lo creò con amore.


Questa semplice affermazione produce, in realtà, il contrario di ciò che a volte si attribuisce alla nozione di creazione: demitizza l’universo. La comprensione del mondo come creazione di Dio è «la “illustrazione” decisiva della storia [...], la rottura con i timori che avevano represso gli uomini. Significa la liberazione dell’Universo dalla ragione, il riconoscimento della sua razionalità e della sua libertà»[9]. Anche se la scienza è capace di leggere una parte importante della logica interna della natura, una scienza senza Dio non libererebbe il mondo dai miti, perché inevitabilmente rimarrebbero sempre delle fessure che verrebbero colmate con altre spiegazioni[10]. Non è possibile, data la auto-limitazione della scienza al piano empirico, che sia essa stessa, un giorno, a coprire tutte queste fessure; neppure l’uomo smetterà di farsi domande su di esse, perché il fatto stesso di farlo – come, d’altra parte, l’esercizio stesso della scienza – dimostra che supera l’ordine empirico. Lo spirito umano, che fra l’altro si manifesta nel fatto che ognuno di noi avverte la propria identità di fronte al mondo, nel fatto che ci interroghiamo su queste fessure, e anche che qualcuno possa ritenere sciocco interrogarsi su di esse..., tutto questo mette in evidenza, anche in una riflessione semplicemente filosofica, che noi stessi – pur essendo un microcosmo, che condivide con l’universo i suoi stessi elementi – siamo qualcosa di più che semplice mondo.


La libertà personale e l’auto-coscienza, grazie alla quale ognuno di noi sa di essere diverso da ogni altro e dal mondo, sono perciò anche grandi fessure attraverso le quali l’uomo può affacciarsi alla trascendenza: parlano del Dio personale che è ancor più radicalmente diverso dal mondo, che crea liberamente. Viceversa, nel riconoscimento che la realtà ha origine in questa Libertà creatrice si gioca il riconoscimento stesso della libertà umana, e dunque della dignità di ogni persona[11]. Questo è uno dei significati fondamentali per cui la Genesi dice che «Dio creò l’uomo a sua immagine» (Gn 1, 27): noi stessi siamo uno specchio nel quale si può intravedere Dio. Per questo il beato John Henry Newman identificava nella coscienza «il nostro grande maestro interiore di religione»[12], un «principio di connessione tra la creatura e il creatore»[13].


La fede nella creazione, dunque, non viene ad aggiungere dall’esterno il «mondo dello spirito» al mondo materiale: piuttosto asserisce decisamente che Dio abbraccia l’intero universo materiale. L’intuizione poetica di Dante l’ha espresso in termini immortali: «Dio è l’amor che muove il sole e l’altre stelle»[14]. Dio sta nel cuore di tutto ciò che è reale e Dio ama il mondo e ciascuno di noi: «aperta la mano dalla chiave dell’amore, le creature vennero alla luce»[15]. Ha una grande profondità teologica, in tal senso, un pensiero ricorrente in san Josemaría, che al momento di agire era solito dire: «è questo il motivo più soprannaturale: perché ne abbiamo voglia»[16]. La libertà e l’amore, come la razionalità del mondo, parlano di Dio. Sant’Agostino riconosceva Dio nel libro della natura, ma lo trovava anche nell’intimità della sua anima: «Tu eri dentro di me, e io stavo fuori, ti cercavo qui [...]. Tu mi hai chiamato e il tuo grido ha vinto la mia sordità; hai brillato, e la tua luce ha vinto la mia cecità»[17].


Il miracolo del mondo
La realtà dei miracoli risponde a questa stessa priorità rispetto al mondo della libertà, dell’amore e della sapienza di Dio. Con il suo caratteristico stile paradossale, Chesterton diceva: «Se un uomo crede in una volontà precedente alle leggi, può credere a qualunque miracolo di qualunque epoca»[18]. I tre vangeli sinottici parlano di un lebbroso che si avvicina a Gesù chiedendogli di guarirlo. Gesù risponde: «Lo voglio, sii sanato» (Mt 8, 3). Dio guarisce quell’uomo perché vuole, nello stesso modo in cui creò il mondo e ha creato ciascuno di noi, perché vuole, per amore. Commentando il racconto di un altro miracolo, la guarigione di un cieco, Benedetto XVI osservava: «Non è un caso che il commento conclusivo della gente dopo il miracolo ricordi la valutazione della creazione all’inizio della Genesi: «Ha fatto bene ogni cosa» (Mc 7,37). Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre. Si incontrano queste due relazioni: la relazione umana di compassione verso l'uomo, che entra nella relazione con Dio, e diventa così guarigione»[19].


I miracoli, dunque, non sono eccezioni che mettono in questione la solidità e la razionalità del mondo, ma riguardano la radice stessa di questa solidità: mettono in evidenza il vero miracolo, che è l’esistenza stessa dell’universo e della vita; il vero miracolo – miraculum, qualcosa davanti al quale non si può fare altro che rimanere stupiti – è la creazione di Dio. L’apertura della ragione a questo inizio degli inizi non soltanto rende ragionevoli i miracoli, ma, soprattutto, il mondo stesso. «L’uniformità e la generalità delle leggi naturali [...] fanno pensare che la natura basti a se stessa. Eppure non c’è soluzione di continuità tra la creazione e il fatto più abituale e banale. Il miracolo interviene per convincerci di tutto questo»[20].

viviamo per miracolo: ogni istante della nostra vita ordinaria di svolge in mezzo al miracolo di un mondo che esiste per amore

A volte si dice che «viviamo di miracolo» in riferimento ai modi sorprendenti in cui si risolvono certi problemi o si evitano certi pericoli. In realtà l’espressione contiene una verità radicale: ogni istante della nostra vita ordinaria di svolge in mezzo al miracolo di un mondo che esiste per amore. «Ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui»[21]. Come diceva san Paolo a quelli che lo ascoltavano nell’Areopago di Atene, «in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28). Per questo, «per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato»[22].

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«Ti lodo , perché mi hai fatto come un prodigio» (Sal 138 [139], 14): la fede nella creazione si trasforma in un profondo atteggiamento di gratitudine. Malgrado il dolore e i mali presenti nel mondo, l’intera realtà – e in particolare la propria esistenza e quella di chi sta con noi – appare come una promessa di felicità: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte» (Is 55, 1). L’uomo sa di essere inerme – perché effettivamente lo è –, ma destinatario di una generosità infinita che lo chiama a vivere, e a vivere per sempre. Sant’Ireneo lo sintetizzò in una massima celebre: «La gloria di Dio è l’uomo vivo, e la vita dell’uomo è la visione di Dio»[23]. Secondo questo modo di vedere, la vita non è semplicemente una lotta per il successo o per la sopravvivenza, neppure nelle condizioni più estreme: è uno spazio per la gratitudine, per l’adorazione, in cui l’uomo trova il proprio vero riposo[24]. «Che meravigliosa certezza è sapere che la vita di ogni persona non si perde in un disperante caos, in un mondo governato dalla pura casualità o da cicli che si ripetono senza senso! Il Creatore può dire a ciascuno di noi: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto” (Ger 1,5). Siamo stati concepiti nel cuore di Dio e quindi “ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario”»[25].


Marco Vanzini/Carlos Ayzelá


Letture di approfondimento

Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 279-324.

Papa Francesco, Enc. Laudato si’, capitolo II, “Il vangelo della creazione” (nn. 62-100).

Benedetto XVI, Udienza, 6-II-2013; Udienza, 9-XI-2005.

− Omelia durante la Veglia Pasquale, 23-IV-2011; Omelia durante la Veglia Pasquale, 7-IV-2012.

− Messaggio al Meeting di Rimini, 10-VIII-2012.

− Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 31-X-2008.

− Discorso all’Università di Ratisbona, 12-IX-2006.

Giovanni Paolo II, Catechesi sulla creazione, 8-I-1986 − 23-IV-1986.

− Memoria e identità, Rizzoli, Milano.


Artigas, M. y Turbón, D., Origen del hombre. Ciencia, filosofía y religión, Eunsa, Pamplona 2007.

Chesterton, G.K., Santo Tomás de Aquino, Rialp, Madrid 2016 (On Saint Thomas Aquinas).

Guardini, R., Der Anfang der Dinge [Meditationen über Genesis, Kapitel 1-3].

− “Das Auge und die religiöse Erkenntnis”.

− Die Annahme seiner selbst.

Kehl, M., Schöpfung: Warum es uns gibt.

Marmelada, C., Palafox, E. e Llano, A., En busca de nuestros orígenes. Biología y trascendencia del hombre a la luz de los últimos descubrimientos, Rialp, Madrid 2017.

Maspero, G. e O’Callaghan, P., Creatore perché Padre. Introduzione all’ontologia del dono, Cantagalli, Siena 2012.

Polkinghorne, J., Science and Theology. Parallelisms, in Tanzella-Nitti, G. e Strumia, A. (eds.), Interdisciplinary Encyclopedia of Religion and Science, www.inters.org.

Ratzinger, J., Progetto di Dio. Meditazioni sulla creazione e la Chiesa, Marcianum Press, Venezia 2012 (Gottes Projekt. Nachdenken über Schöpfung und Kirche).

− Riflessioni sulla creazione e il peccato, ed. Cooperatores veritatis, 2005. In principio Dio creò il cielo e la terra, Lindau, Torino 2006..

− Dio e il mondo. Sanpaolo, Alba 2001, pp. 106-136

Sanz, S., La creación, in www.opusdei.org.

Tanzella-Nitti, G., Creazione, in Tanzella-Nitti, G. e Strumia, A. (eds.), Interdisciplinary Encyclopedia of Religion and Science, www.inters.org.
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[1] Papa Francesco, Enc. Lumen Fidei (29-VI-2013), 27.

[1] J. Ratzinger, La festa della fede, Jaca Book 1990, 25.

[3]Sant’Agostino, De quantitate animae, 34, 77.

[4] È in questo senso che Benedetto XVI ha parlato de «il coraggio ad aprirsi alla vastità della ragione» (Discorso all’Università di Ratisbona, 12-IX-2006).

[5] «Albert Einstein disse che nelle leggi della natura “si rivela una ragione così superiore che tutta la razionalità del pensiero e degli ordinamenti umani è al confronto un riflesso assolutamente insignificante” [...]. Una prima via, quindi, che conduce alla scoperta di Dio, è il contemplare con occhi attenti la creazione» (Benedetto XVI, Udienza, 14-XI-2012).

[6] In questo senso, spiega san Tommaso d’Aquino che per trarre l’essere dal nulla è necessaria una «potenza infinita» (cfr. Summa Theologica I, q. 45, 5, ad 3): una capacità che non può essere comunicata a nessuna creatura, proprio perché – come possiamo avvertire nella nostra stessa esistenza – le creature sono contingenti, vale a dire, potrebbero non essere mai esistite (cfr. Summa Theologica I, q. 104, 1).

[7]Sant’Agostino, Sermone 68, 6.

[8] J. Ratzinger, Il Dio della fede e il Dio dei filosofi, Marcianum Press, Venezia 2013.

[9] J. Ratzinger, Riflessioni sulla creazione e il peccato, ed. Cooperatores veritatis, 2005, 37.

[10] Sono molti gli scienziati che la intendono così; basterà citare Einstein, il quale, partendo da una particolare idea di Dio è arrivato a dire che «la scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca» (Pensieri, idee, opinioni [1934-1950], Newton Compton, Roma 1996, p. 29); e Georges Lemaître, sacerdote e fisico, che pose le basi di ciò che in seguito si sarebbe chiamato, in un primo tempo con ironia e poi più seriamente, il Big Bang.

[11] J. Ratzinger, La festa della fede, 25-26: «Se, partendo dalla realtà, la personalità non è possibile o non esiste, neppure può esistere in nessun altro posto. La libertà o è possibile partendo dal fondamento della realtà oppure non esiste».

[12] Beato John Henry Newman, An Essay in Aid of a Grammar of Assent, Longmans Green and Co., Londra 1903, 389.

[13] Ibidem, 117.

[14] «L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Dante, Commedia. Paradiso, XXXIII, 145).

[15] San Tommaso d’Aquino, Commentum in secundum librum Sententiarum, Prologus (citato in Catechismo della Chiesa Cattolica, 293).

[16] San Josemaría, È Gesù che passa, 184.

[17] Sant’Agostino, Confessioni, X, 27, 38.

[18] G.K. Chesterton, Orthodoxy, New York, Dover 2012, 67.

[19] Benedetto XVI, Udienza generale, 14-XII-2011.

[20] J. Guitton, Le temps et l’éternité chez Plotin et saint Augustin, Aubier, Paris 1955, 176-177.

[21] Benedetto XVI, Udienza generale, 23-V-2012.

[22] Papa Francesco, Laudato si, 76.

[23] San Ireneo, Adversus haereses, 4, 20, 7 (citato in Catechismo della Chiesa cattolica, 294).

[24]Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 347. Creazione, miracolo, adorazione, gratitudine … Non è un caso che questi motivi convergono nel mistero eucaristico: «La Eucarestia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo che uscì dalle mani di Dio ritorna a Lui in felice e piena adorazione» (Papa Francesco, Laudato si’, 236).

[25] Papa Francesco, Laudato si’, 65; cfr. Benedetto XVI, Omelia nel solenne inizio del ministero petrino (24-IV-2005).