Lettera del prelato (9 gennaio 2018)

"Voglio lasciarvi in eredità l’amore per la libertà e il buon umore" diceva san Josemaría. Alla luce degli insegnamenti del fondatore, questa lettera del prelato ci invita a ringraziare per questa eredità e a riflettere sul dono della libertà.

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Carissimi, Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli!

1. Nei mesi passati, seguendo un orientamento del Congresso generale, ho fatto frequenti riferimenti alla libertà. Ora, in queste pagine, desidero ricordare alcuni aspetti di questo grande dono di Dio seguendo gli insegnamenti di san Josemaría, che è stato per tutta la vita un innamorato della libertà. «Non mi stancherò di ripetere, figli miei – scrisse una volta –, che una delle più evidenti caratteristiche dello spirito dell’Opus Dei è il suo amore per la libertà e la comprensione»[1]. Rileggendo e meditando le sue parole, siamo molto riconoscenti al Signore. Nello stesso tempo, cerchiamo di esaminare, tutti e ciascuno di noi, in che modo tradurle meglio in pratica nella nostra vita personale, con la grazia di Dio. Così, tra l’altro, saremo nelle migliori condizioni per aiutare a far sì che più anime possano «entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21).

La passione per la libertà e il desiderio di libertà che animano tante persone e tanti popoli, è un segno positivo del nostro tempo. Riconoscere la libertà di ogni donna e di ogni uomo significa riconoscere il loro essere persone: padroni e responsabili dei propri atti, con la possibilità di orientare la propria esistenza. Benché non sempre la libertà riesca a esibire il meglio di ciascuno, non potremo mai esagerarne l’importanza, perché se non fossimo liberi non potremmo amare.

Peraltro è penoso che in molti ambienti ci sia una grande ignoranza riguardo a ciò che davvero è la libertà. Spesso si pretende una illusoria libertà senza limiti, come meta finale del progresso, mentre non poche volte si debbono lamentare anche molte forme di oppressione e di apparenti libertà, che in realtà sono catene che schiavizzano. Una libertà che, prima o poi, si rivela vuota. «Alcuni si credono liberi – scrive il Papa – quando camminano in disparte dal Signore, senza accorgersi che rimangono esistenzialmente orfani, senza un riparo, senza una dimora dove fare sempre ritorno. Cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti»[2].

Chiamati alla libertà

2. Siamo stati «chiamati alla libertà» (Gal 5, 13). La Creazione stessa è una manifestazione della libertà divina. I racconti della Genesi lasciano intravedere l’amore creatore di Dio, la sua gioia nel comunicare al mondo la propria bontà e bellezza (cfr. Gn 1, 31) e all’uomo la sua libertà (cfr. Gn 1, 26-29). Nel chiamare ciascuno di noi all’esistenza, Dio ci ha reso capaci di scegliere e di volere il bene, ma anche di rispondere con amore al suo Amore. Tuttavia, siamo creature limitate e tale limitazione ci rende anche possibile allontanarci da Dio. «È un mistero della divina sapienza che, nel creare l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gn 1, 26), abbia voluto correre il rischio sublime della libertà umana»[3].

Questo rischio, sin dagli albori della storia, ha portato effettivamente, con il peccato originale, al rifiuto dell’Amore di Dio. S’indebolì così la forza della libertà umana verso il bene e la volontà restò alquanto incline al peccato. Poi, i peccati personali indeboliscono ancor più la libertà e per questo il peccato comporta sempre, in maggiore o minore misura, una schiavitù (cfr. Rm 6, 17.20). Tuttavia, «l'uomo rimane sempre libero»[4]. Anche se «la sua libertà è sempre anche fragile»[5], continua a essere un bene essenziale di ogni persona umana, che bisogna proteggere. Dio è il primo a rispettarla e ad amarla, perché «non vuole degli schiavi, ma dei figli»[6].

3. «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20). Con la grazia nasce una nuova e più alta libertà mediante la quale «Cristo ci ha liberati» (Gal 5, 1). Il Signore ci libera dal peccato mediante le sue parole e le sue opere: tutte hanno un’efficacia redentrice. Per questo, «in tutti i misteri della nostra fede cattolica aleggia il canto alla libertà»[7]. Spesso vi ricordo la necessità che Cristo stia al centro della nostra vita. Per scoprire il significato più profondo della libertà, dobbiamo contemplare Lui. Rimaniamo stupefatti davanti alla libertà di un Dio che, per puro amore, decide di annientare Se stesso assumendo una carne come la nostra. Una libertà che si mostra ai nostri occhi nel suo passaggio sulla terra fino al sacrificio della Croce: «Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso» (Gv 10, 17-18). Non c’è stato nella storia dell’umanità un atto altrettanto profondamente libero come la donazione del Signore sulla Croce: Egli «si consegna alla morte con la piena libertà dell’Amore»[8].

Il vangelo di san Giovanni narra un dialogo del Signore con alcuni che avevano creduto in Lui. Risuona con forza, tra le parole di Gesù, una promessa: «Veritas liberabit vos, la verità vi farà liberi» (Gv 8, 32). «Qual è la verità – si domandava san Josemaría – che inizia e porta a compimento in tutta la nostra vita il cammino della libertà? Ve lo dirò sinteticamente con la gioia e la sicurezza che derivano dalla relazione fra Dio e le sue creature: sapere che siamo opera delle mani di Dio, che siamo prediletti dalla Santissima Trinità, che siamo figli di un Padre eccelso. Chiedo al Signore che ci aiuti a renderci conto di tutto questo, ad assaporarlo giorno dopo giorno: in questo modo agiremo da persone libere»[9].

4. La nostra filiazione divina fa sì che la nostra libertà possa espandersi con tutta la forza che Dio le ha conferito. Non sarà allontanandoci dalla casa del Padre che diventiamo liberi, ma piuttosto abbracciando la nostra condizione di figli. «Chi non sa di essere figlio di Dio, non conosce la più intima delle verità che lo riguardano»[10]; vive volgendo le spalle a se stesso, in conflitto con se stesso. Quanto dunque ci rende liberi sapere che Dio ci ama! Quanto ci libera il perdono di Dio, che ci permette di rientrare in noi stessi e nella nostra vera casa (cfr. Lc 15, 17-24). Anche nel perdonare gli altri, infine, proveremo questo senso di liberazione.

La fede nell’amore di Dio per ognuna e per ognuno di noi (cfr. 1 Gv 4, 16) ci porta a ricambiare l’amore con l’amore. Noi possiamo amare perché Egli ci ha amato per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). Sapere che l’Amore infinito di Dio si trova non soltanto all’origine della nostra esistenza, ma in ogni istante, perché Egli è più intimo a noi di noi stessi[11], ci colma di sicurezza. Sapere che Dio ci aspetta in ogni persona (cfr. Mt 25, 40) e che vuole farsi presente nelle loro vite anche attraverso di noi, ci induce a cercare di restituire a piene mani quanto abbiamo ricevuto. E nella nostra vita, figlie e figli miei, abbiamo ricevuto e riceviamo molto amore. Darlo a Dio e agli altri è l’atto più specifico della libertà. L’amore realizza la libertà, la redime: le fa trovare la sua origine e il suo fine, nell’Amore di Dio. «La libertà acquista il suo autentico significato quando viene esercitata al servizio della verità che redime, quando è spesa alla ricerca dell’Amore infinito di Dio, che ci scioglie da ogni schiavitù»[12].

Proprio per questo il senso della filiazione divina conduce a una grande libertà interiore, a una gioia profonda e al sereno ottimismo della speranza: spe gaudentes (Rm 12, 12). Sapere di essere figli di Dio ci porta anche ad amare il mondo, che è stato creato buono dalle mani di Dio nostro Padre, e ad affrontare la vita con la chiara consapevolezza che è possibile fare il bene, vincere il peccato e portare il mondo a Dio. Papa Francesco ne ha parlato contemplando la Madonna: «Da Maria, piena di grazia, impariamo che la libertà cristiana è qualcosa di più della semplice liberazione dal peccato. È la libertà che apre a un nuovo modo spirituale di considerare le realtà terrene, la libertà di amare Dio e i fratelli e le sorelle con un cuore puro e di vivere nella gioiosa speranza della venuta del Regno di Cristo »[13].

La libertà di spirito

5. Operare liberamente, senza subire costrizioni di nessun genere, è una caratteristica della dignità umana, e ancor più della dignità delle figlie e dei figli di Dio. Nello stesso tempo è necessario «irrobustire l'amore per una libertà non arbitraria, ma resa veramente umana dal riconoscimento del bene che la precede»[14]: una libertà riconciliata con Dio.

Vorrei perciò soffermarmi a considerare l’importanza della libertà di spirito. Non mi riferisco al significato ambiguo che certe volte viene data a questa espressione: cioè comportarsi in base ai propri capricci e in modo contrario a qualunque norma. In realtà la libertà di tutte le persone umane è materialmente limitata dai doveri naturali e dagli impegni assunti (familiari, professionali, civili…). Tuttavia, possiamo sempre agire liberamente se lo facciamo per amore: «Dilige et quod vis fac: Ama e fa’ ciò che vuoi»[15]. La vera libertà di spirito è la capacità e la disposizione abituale di agire per amore, soprattutto nell’impegno di attenersi a ciò che, in ogni circostanza, Dio chiede a ciascuno di noi.

«Mi ami?» (Gv 21, 17): la vita cristiana è una risposta libera, piena di iniziativa e di disponibilità, a questa domanda del Signore. Perciò «niente di più falso che opporre la libertà al dono di sé, perché tale dono è conseguenza della libertà. Ascoltate bene: una madre che si sacrifica per amore dei suoi figli, ha fatto una scelta; e la misura del suo amore esprimerà quella della sua libertà. Se l’amore è grande, la libertà sarà feconda, e il bene dei figli deriva da questa benedetta libertà, che comporta il dono di sé, e deriva da questo benedetto dono, che è appunto libertà»[16].

Con queste premesse si comprende che stimolare la libertà di ciascuno non vuol dire diminuire l’esigenza. Quanto più liberi siamo, più possiamo amare. E l’amore è esigente: «Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13, 7). A sua volta, crescere nell’amore significa crescere nella libertà, significa essere più libero. Con parole di san Tommaso d’Aquino, «Quanto aliquis plus habet de caritate, plus habet de libertate»[17]. Quanto più intensa è la nostra carità, più liberi siamo. Ci comportiamo con libertà di spirito anche quando, pur non avendo voglia di fare una certa cosa o sembrandoci particolarmente costosa, la facciamo egualmente ma per amore, vale a dire, non perché ci faccia piacere, ma perché vogliamo farla. «Dobbiamo sentirci figli di Dio e vivere il desiderio appassionato di compiere la volontà del Padre. Fare le cose secondo il volere di Dio, perché ci va di farle: ecco il motivo più soprannaturale della nostra condotta»[18].

6. Anche la gioia è una manifestazione della libertà di spirito. «Sul piano umano – ci dice san Josemaría –, voglio lasciarvi in eredità l’amore per la libertà e il buon umore»[19]. Sono due realtà che sembrano molto diverse, ma che sono collegate, perché sapere di essere liberi per amare ci fa provare gioia nell’anima, e con essa il buon umore: uno sguardo al mondo che, al di là del semplice carattere naturale, permette di vedere il lato positivo – e, se è il caso, divertente – delle cose e delle situazioni. Come dice Papa Francesco, Egli «è l’autore della gioia, il Creatore della gioia. E questa gioia nello Spirito ci dà la vera libertà cristiana. Senza gioia noi cristiani non possiamo diventare liberi. Diventiamo schiavi delle nostre tristezze»[20].

Questa gioia è destinata a invadere ogni cosa nella nostra vita. Dio ci vuole contenti. Parlando agli Apostoli, Gesù parla anche a noi: «la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 11). Per questo siamo in grado di compiere con gioia anche i doveri che possono sembrare sgradevoli. Ci dice san Josemaría che «non è lecito pensare che sia possibile fare con gioia solamente il lavoro che ci piace»[21]. Si può fare con gioia – e non malvolentieri – quello che costa, quello che non piace, se lo si fa per e con amore, e dunque liberamente. Il 28 aprile 1963, facendo la sua orazione a voce alta, san Josemaría spiegava così le luci che aveva ricevuto nel lontano 1931: «Tu hai fatto in modo, Signore, che io capissi che avere la Croce vuol dire trovare la felicità, la gioia. E la ragione – ora lo vedo con più chiarezza che mai – è questa: avere la Croce equivale a identificarsi con Cristo, è essere Cristo, e dunque essere figlio di Dio»[22].

7. Tutta la legge divina, e tutto quello che è volontà di Dio per ciascuno di noi, non è una legge che soffoca la libertà; al contrario, è lex perfecta libertatis (cfr. Gc 1, 25): legge perfetta di libertà, come il Vangelo stesso, perché essa si riassume tutta quanta nella legge dell’amore, e non come norma esteriore che comanda di amare, ma invece come grazia interiore che dà la forza di amare. «Pondus meum amor meus» – il mio peso è l’amore, diceva sant’Agostino[23], riferendosi, non al fatto evidente che a volta amare costa, ma che l’amore che portiamo nel cuore è ciò che ci muove, ciò che ci porta ovunque. «Eo feror, quocumque feror», esso mi porta dovunque mi porto[24]. Domandiamoci, ciascuna e ciascuno di noi: qual è l’amore che mi porta dovunque?

Chi permette all’Amore di Dio di impadronirsi del proprio cuore, comprova personalmente fino a che punto «la libertà e il dono di sé non sono contraddittori; si sostengono a vicenda. La libertà si può cedere soltanto per amore; non riesco a concepire altro genere di concessione. Non è un gioco di parole, più o meno felice. Nel dono di sé volontario, in ogni istante della dedicazione, la libertà rinnova l’amore, e rinnovarsi significa essere sempre giovane, generoso, capace di grandi ideali e di grandi sacrifici»[25]. L’obbedienza a Dio, così, non è soltanto un atto libero, ma anche un atto liberatore.

«Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete», dice Gesù ai suoi discepoli: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 32.34). Per Gesù, obbedire al Padre è cibo: ciò che gli dà la forza. Lo stesso per noi: essere discepolo di Gesù, come spiegava san Giovanni Paolo II, consiste nell’«aderire alla persona stessa di Gesù, condividere la sua vita e il suo destino, partecipare alla sua obbedienza libera e amorosa alla volontà del Padre»[26].

Benedetto XVI approfondisce questa intima relazione tra libertà e donazione: «È in questa sua obbedienza al Padre che Gesù realizza la propria libertà come consapevole scelta motivata dall'amore. Chi è libero più di Lui che è l'Onnipotente? Egli però non ha vissuto la sua libertà come arbitrio o come dominio. L'ha vissuta come servizio. In questo modo ha "riempito" di contenuto la libertà, che altrimenti rimarrebbe "vuota" possibilità di fare o di non fare qualcosa. Come la vita stessa dell'uomo, la libertà trae senso dall'amore. [...] La libertà cristiana è dunque tutt’altro che arbitrarietà; è sequela di Cristo nel dono di sé sino al sacrificio della Croce. Può sembrare un paradosso, ma il culmine della sua libertà il Signore l’ha vissuto sulla croce, come vertice dell’amore. Quando sul Calvario gli gridavano: "Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce!", egli dimostrò la sua libertà di Figlio proprio rimanendo su quel patibolo per compiere fino in fondo la volontà misericordiosa del Padre»[27].

«Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre. Mi hai fatto forza e hai prevalso» (Ger 20, 7). Quale ampiezza di sentimenti si scopre in questa preghiera del profeta Geremia! Riconoscere la propria vocazione come un dono di Dio – e non come un banale insieme di obblighi –, anche quando si soffre, è anche questa una manifestazione di libertà di spirito. Come aiuta a essere liberi sapere che Dio ci ama così come siamo, e in primo luogo ci chiama a lasciarci amare da Lui.

8. Libertà di spirito significa anche non legarsi a obblighi inesistenti, saper fare a meno e cambiare con flessibilità tanti particolari della vita che dipendono dalla nostra libera iniziativa personale. Come ci ha scritto ormai venti anni fa don Javier, «vi sono, naturalmente, azioni dovute e altre che non lo sono nella loro concreta materialità; ma sia nelle prime che attraverso le seconde dobbiamo cercare liberamente e responsabilmente di adempiere il comandamento supremo dell’amore di Dio: così saremo liberi e obbedienti nello stesso tempo e in qualunque momento»[28].

Dobbiamo conservare sempre nell’Opera quel clima di fiducia e di libertà che ci permette di esporre a chi di competenza ciò che ci preoccupa, parlare di ciò che non comprendiamo o che ci sembra doversi migliorare. Nello stesso tempo questo clima di fiducia si nutre anche della lealtà e della pazienza per sopportare, con serenità e buon umore, le limitazioni umane, le situazioni che infastidiscono… Questo è l’atteggiamento di un buon figlio, che, nell’esercizio della propria libertà, protegge beni più grandi rispetto al suo punto di vista personale, anche quando è convinto di avere ragione: beni come l’unità e la pace familiare, che non hanno prezzo. Invece, «quando le nostre idee personali ci dividono dagli altri, quando ci portano a rompere la comunione con i nostri fratelli, a rompere l’unità, è evidente allora che non operiamo secondo lo spirito di Dio»[29].

9. Sebbene a volte alcune situazioni possano farci soffrire, Dio se ne serve spesso per identificarci con Gesù. Come dice la lettera agli Ebrei, Egli «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5, 8) e così «divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (5, 9): ci ha portato la libertà dei figli di Dio. Accettare i limiti umani che tutti noi abbiamo, senza rinunciare a superarli per quanto possibile, anche questa è manifestazione e fonte di libertà di spirito. Pensate, per contrasto, al triste atteggiamento del figlio maggiore della parabola (Lc 15, 25-30): rinfaccia a suo padre le tante cose che nel tempo aveva accumulato con amarezza nella sua anima e non è neppure capace di unirsi alla gioia familiare. La sua libertà un po’ per volta era diventata piccola ed egoista, incapace di amare, di capire che «tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15, 31). Viveva nella sua casa, ma non era libero, perché il suo cuore era altrove.

Com’è bella invece, per contrasto, la storia di Rut la moabita, nella quale libertà e donazione affondano le radici in un profondo senso di appartenenza alla famiglia. Commuove vedere come questa donna risponde all’insistenza della suocera, che la invitava a rifarsi una vita per conto suo: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta» (Rt 1, 16-17).

Contemplando la Vergine Santissima, infine, appare ancora più chiaro che la libertà si manifesta nella dedizione fedele. «Pensate al momento sublime in cui l’Arcangelo Gabriele annuncia a Maria il disegno dell’Altissimo. La Madonna ascolta, fa una domanda per capire meglio che cosa il Signore le chiede; poi, la risposta sicura: fiat! (Lc 1, 38) – avvenga di me quello che hai detto –, frutto della migliore libertà: quella di scegliere Dio»[30].

Formare e guidare persone libere

10. Nella formazione, ha un ruolo importante la direzione spirituale personale, che deve avvenire sempre in un clima di libertà e deve mirare a formare persone che si sentano «libere come uccelli»[31]. In tal senso, san Josemaría, riferendosi a coloro che ricevono i colloqui personali dei loro fratelli, scrive che «l’autorità del direttore spirituale non è arbitrio. Lasciate sempre alle anime una grande libertà di spirito. Pensate a quello che vi ho detto tante volte: perché ne ho voglia, mi sembra il motivo più soprannaturale di tutti. La funzione del direttore spirituale è quella di aiutare a far sì che l’anima desideri – che ne abbia voglia – compiere la volontà di Dio. Non comandate, consigliate»[32]. Con i consigli della direzione spirituale si fa in modo di assecondare l’azione dello Spirito Santo in ogni anima, aiutandola a porsi davanti a Dio e davanti ai propri doveri con libertà e responsabilità personali perché, «nel creare le anime, Dio non si ripete. Ciascuno è fatto come è fatto, e bisogna trattare ciascuno così come Dio lo ha fatto e nel modo in cui Dio lo guida»[33].

Insieme al consiglio, di solito si potrà fare un’esortazione affettuosa che ribadisca il convincimento che vale sempre la pena sforzarci di essere fedeli per amore, liberamente. Nella direzione spirituale, qualche volta, si può anche dare – con chiarezza, ma sempre con affetto e delicatezza – un “consiglio imperativo”, che ricordi l’obbligo di compiere un dovere. La cogenza di questo consiglio, tuttavia, non sarà dovuta al consiglio stesso, ma a quel dovere. Quando si è in confidenza, si può e si deve parlare così, e chi riceve questo avvertimento lo gradisce, perché riconosce in questo gesto la fortezza e l’affetto di un fratello maggiore.

11. La formazione, durante l’intera vita, senza trascurarne la necessaria esigenza, deve tendere in gran parte ad aprire orizzonti. Invece, se ci limitassimo a esigere noi dagli altri e a farci esigere noi dagli altri, potremmo finire per vedere soltanto ciò che non riusciamo a fare, i nostri difetti e i nostri limiti, dimenticando la cosa più importante: l’amore di Dio per noi.

In questo stesso contesto, ricordiamo che san Josemaría ci ha insegnato che «nell’Opera siamo molto amici della libertà e lo siamo anche della vita interiore: non siamo legati a schemi o a metodi [...]. C’è – deve esserci – molta autodeterminazione anche nella vita spirituale»[34]. Per questo, la sincerità nella direzione spirituale, che ci spinge ad aprire liberamente l’anima per ricevere un consiglio, ci spinge anche all’iniziativa personale, a manifestare con libertà i punti della nostra lotta interiore che consideriamo importanti, al fine di identificarci sempre più con Gesù Cristo.

Per questo la formazione, pur trasmettendo a tutti uno stesso spirito, non produce uniformità, ma unità. In un modo espressivo, san Josemaría diceva che nell’Opera «si può andare avanti in molte maniere. Si può camminare sulla destra o sulla sinistra, oppure a zig-zag, si può andare a piedi, o a cavallo. Sono centomila i modi di andare avanti per i cammini divini: a seconda delle circostanze, sarà obbligatorio per ciascuno, perché questo gl’impone la sua coscienza, seguire uno di questi modi. L’unica cosa indispensabile è non perdersi»[35]. Lo spirito dell’Opera, come il Vangelo, non si sovrappone alla nostra natura, ma la vivifica: è un seme destinato a crescere nel terreno di ciascuno.

12. Nella formazione, è importante anche evitare che un’eccessiva smania di sicurezza o di protezione rimpicciolisca l’anima, la immiserisca. «Coloro che hanno incontrato Cristo non possono chiudersi nel loro ambiente: sarebbe una ben triste cosa questo immiserimento! Devono aprirsi a ventaglio per arrivare a tutte le anime»[36]. Com’è importante, dunque, formarci nella necessità di vivere senza la paura di sbagliare, senza la paura di non essere all’altezza, senza la paura di un ambiente ostile; e, con visione soprannaturale, lasciarci coinvolgere – con prudenza e decisione – proprio in quel medesimo ambiente sociale e professionale.

Pertanto l’amore per la libertà si manifesta anche nella spontaneità e nell’iniziativa nell’apostolato, che è compatibile con precisi incarichi apostolici. È importante tenere sempre molto presente che «il nostro apostolato è soprattutto un apostolato personale»[37]. Questo stesso principio è valido a livello di promozione delle attività apostoliche da parte dei Direttori: «Non ho mai voluto crearvi vincoli ma, al contrario, ho sempre cercato di farvi agire con grande libertà. Nella vostra azione apostolica dovete avere iniziativa, all’interno del margine amplissimo indicato dal nostro spirito, per trovare – in ogni luogo, in ogni ambiente e in ogni tempo – le attività che meglio si adattano alle circostanze»[38].

13. Un’altra importante manifestazione dell’amore per la libertà si fa presente nel governo pastorale, che compete al Prelato e ai suoi Vicari, con l’aiuto dei relativi Consigli. Meditiamo ancora una volta con gratitudine, queste parole di san Josemaría: «Come conseguenza di questo spirito di libertà, la formazione – e il governo – nell’Opera si fonda sulla fiducia [...]. Non si ottiene nulla con un governo fondato sulla diffidenza. Invece è fecondo comandare e formare rispettando le anime, perfezionando in loro la vera e santa libertà dei figli di Dio, insegnando loro ad amministrare la propria libertà personale. Formare e governare è amare»[39].

Comandare rispettando le anime vuol dire, prima di ogni cosa, rispettare delicatamente l’interiorità delle coscienze, senza confondere il governo e la direzione spirituale. Tale rispetto, poi, porta a distinguere gli ordini da ciò che è soltanto opportuna esortazione, o consiglio, oppure suggerimento. Infine – ma non per questo meno importante –, è governare con tale fiducia negli altri, che si tiene sempre presente, per quanto possibile, il parere delle persone interessate. Questo atteggiamento di coloro che governano, la loro disposizione ad ascoltare, è una stupenda dimostrazione che l’Opera è famiglia.

Abbiamo anche una grata esperienza della piena libertà che esiste nell’Opus Dei in ciò che riguarda le questioni economiche, politiche, teologiche opinabili, ecc. «In tutto ciò che non è di fede, ognuno pensa e agisce come vuole, con pienissima libertà e con pienissima responsabilità personale. Il pluralismo, che è la conseguenza logica e sociologica di questo fatto, non costituisce in modo alcuno un problema per l’Opera: anzi, tale pluralismo è una manifestazione di buono spirito»[40]. Questo pluralismo deve essere amato e incoraggiato, anche se forse a qualcuno tale diversità a volte può apparire costosa. Chi ama la libertà riesce a vedere ciò che ha di positivo e di amabile il pensare e l’operare degli altri in questi vasti settori.

Per ciò che si riferisce al modo di svolgere il governo, san Josemaría stabilì e ricordò sempre con forza la collegialità, che è un’altra manifestazione dello spirito di libertà che impregna la vita nell’Opus Dei: «Vi ho ripetuto moltissime volte e lo ripeterò ancora molte altre durante la mia vita, che nell’Opera voglio, a tutti i livelli, un governo collegiale: affinché non si cada nella tirannide. È una dimostrazione di prudenza, perché con un governo collegiale i problemi si studiano più facilmente, gli errori si correggono meglio, le attività apostoliche che vanno già bene si perfezionano con maggiore efficacia»[41].

La collegialità non è soltanto né principalmente un metodo o un sistema di funzionamento al momento di prendere decisioni; è, anzitutto, uno spirito, radicato nella convinzione che tutti possiamo e abbiamo bisogno di ricevere dagli altri luci e dati che ci aiutino a migliorare e persino a cambiare opinione. Contemporaneamente, questo porta con sé proprio il rispetto – o meglio, la crescita positiva – della libertà degli altri, perché possano esporre senza difficoltà alcuna i loro punti di vista.

Il rispetto e la difesa della libertà nell’apostolato

14. L’apostolato ha origine dal sincero desiderio di rendere più facile agli altri l’incontro con Cristo o una maggiore intimità con Lui. «Il nostro atteggiamento nei confronti delle anime si riassume così, in questa espressione dell’Apostolo, che è quasi un grido: caritas mea cum omnibus vobis in Christo Iesu! (1 Cor 16, 24): il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù. Con la carità sarete seminatori di pace e di gioia nel mondo, amando e difendendo la libertà personale delle anime, la libertà che Cristo rispetta e ci ha guadagnato (cfr. Gal 4, 31)»[42].

In primo luogo amiamo la libertà delle persone che cerchiamo di aiutare ad avvicinarsi al Signore, nell’apostolato di amicizia e confidenza, che san Josemaría ci invita a svolgere con la testimonianza e la parola. «Anche nell’azione apostolica – o meglio, soprattutto nell’azione apostolica –, vogliamo che non vi sia neppure la minima ombra di coazione. Dio vuole essere servito in libertà, e pertanto non sarebbe corretto un apostolato che non rispetti la libertà delle coscienze»[43].

La vera amicizia comporta un sincero affetto reciproco, che è la vera protezione della libertà e dell’intimità reciproche. L’apostolato non si sovrappone all’amicizia, perché – come vi ho scritto – «non facciamo apostolato; siamo apostoli!»[44]: l’amicizia stessa è apostolato; l’amicizia stessa è un dialogo, nel quale diamo e riceviamo luce; nel quale nascono progetti, in una reciproca apertura di nuove vedute; nel quale ci rallegriamo di ciò che è buono e ci appoggiamo in ciò che è difficile; nel quale ci troviamo bene, perché Dio ci vuole contenti.

15. Come sapete, il proselitismo, inteso nel senso originario, è una realtà positiva, equivalente all’attività missionaria di diffusione del Vangelo[45]. Così l’ha sempre concepito san Josemaría, e non nel senso negativo che questo termine ha progressivamente acquistato in tempi più recenti. Eppure è necessario tenere presente che, a prescindere da ciò che noi vorremmo, certe volte le parole acquisiscono connotazioni diverse da quelle che avevano in origine. Per questo, valutate, in funzione del contesto, l’opportunità di utilizzare questo termine, perché certe volte i vostri interlocutori potrebbero capire cose diverse da ciò che voi intendete.

Il rispetto e la difesa della libertà di tutti si manifesta anche – se è possibile, in modo più speciale – quando si prospetta a una persona la possibilità della chiamata di Dio all’Opera. La libertà nel chiedere consiglio a chi si vuole e nella conseguente decisione. San Josemaría, commentando una frase forte del Vangelo, il compelle intrare – obbliga a entrare – della parabola (Lc 14, 23), scrive: «Il compelle intrare che dovete praticare nel proselitismo, non è una spinta materiale, ma è l’abbondanza di luce, di dottrina; lo stimolo spirituale della vostra orazione e del vostro lavoro, che è testimonianza autentica della dottrina; la quantità di sacrifici che sapete offrire, il sorriso che vi viene alle labbra, perché siete figli di Dio: filiazione, che vi colma di una serena felicità – anche quando a volte non mancano difficoltà nel vostro cammino –, che gli altri vedono e vi invidiano. Aggiungete a tutto questo il vostro garbo e la vostra simpatia umana, e avremo i contenuti del compelle intrare.»[46]. In tal modo appare chiaramente che l’Opera cresce e deve crescere sempre in un clima di libertà, presentando – con decisione e con semplicità – la bellezza abbagliante di vivere con Dio.

* * *

16. Veritas liberabit vos (Gv 8, 32). Tutte le promesse di liberazione che si succedono nel corso dei secoli sono vere nella misura in cui si nutrono della Verità su Dio e sull’uomo; la Verità, che è una Persona: Gesù, Via, Verità e Vita (cfr. Gv 14, 6). «Anche oggi, dopo duemila anni, il Cristo appare a noi come Colui che porta all'uomo la libertà basata sulla verità, come Colui che libera l'uomo da ciò che limita, menoma e quasi spezza alle radici stesse, nell'anima dell'uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libertà»[47].

Dio ci ha dato la libertà per sempre: questo dono non è qualcosa di transitorio, da esercitare solamente durante questa vita sulla terra. La libertà, come l’amore, «non avrà mai fine» (1 Cor 13, 8): rimane in Cielo. Il nostro percorso fino al Cielo è esattamente un percorso verso la libertà della gloria dei figli di Dio: in libertatem gloriæ filiorum Dei (Rm 8, 21). In Cielo la libertà non soltanto non scomparirà, ma raggiungerà la sua pienezza: quella di abbracciare l’Amore di Dio. «Un grande Amore ti aspetta in Cielo: senza tradimenti, senza inganni: tutto l’Amore, tutta la bellezza, tutta la grandezza, tutta la scienza...! E senza stancare: ti sazierà senza saziarti»[48]. Se siamo fedeli, con la misericordia di Dio, in Cielo saremo pienamente liberi grazie alla pienezza dell’amore.

Con tanto affetto vi benedice

vostro Padre

Roma, 9 gennaio 2018, anniversario della nascita di san Josemaría



[1] San Josemaría, Lettera 31-V-1954, n. 22.

[2] Papa Francesco, Es. Ap. Evangelii gaudium, 24-XI-2013, n. 170.

[3] San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 3.

[4] Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 30-XI-2007, n. 24.

[5] Ibid.

[6] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 129.

[7] San Josemaría, Amici di Dio, n. 25.

[8] San Josemaría, Via Crucis, X stazione.

[9] San Josemaría, Amici di Dio, n. 26.

[10] Ibid.

[11] Cfr. Sant’Agostino, Confessioni III, 6, 11.

[12] San Josemaría, Amici di Dio, n. 27.

[13] Papa Francesco, Omelia, 15-VIII-2014.

[14] Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 29-VI-2009, n. 68.

[15] Sant’Agostino, In Epist. Ioan. ad Parthos, VII, 8.

[16] San Josemaría, Amici di Dio, n. 30.

[17] San Tommaso, In III Sent., d. 29, q. un., a. 8, qla. 3 s.c. 1.

[18] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 17.

[19] San Josemaría, Lettera 31-V-1954, n. 22.

[20] Papa Francesco, Omelia, 31-V-2013.

[21] San Josemaría, Lettera-29-XII-1947, n. 106.

[22] San Josemaría, appunti di una meditazione, 28-IV-1963.

[23] Sant’Agostino, Confessioni, XIII, 9, 10.

[24] Ibid.

[25] San Josemaría, Amici di Dio, n. 31.

[26] San Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor, 6-VIII-1993, n. 19.

[27] Benedetto XVI, Discorso all’Angelus, 1-VII-2007.

[28] Javier Echevarría, Lettera pastorale, 14-II-1997, n. 15.

[29] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 17.

[30] San Josemaría, Amici di Dio, n. 25.

[31] San Josemaría, Lettera 14-IX-1951, n. 38.

[32] San Josemaría, Lettera 8-VIII-1956, n. 38.

[33] Ibid.

[34] San Josemaría, Lettera 29-IX-1957, n. 70.

[35] San Josemaría, Lettera 2-II-1945, n. 19.

[36] San Josemaría, Solco, n. 193.

[37] San Josemaría, Lettera 2-X-1939, n. 10

[38] San Josemaría, Lettera 24-X-1942, n. 46.

[39] San Josemaría, Lettera 6-V-1945, n. 39.

[40] San Josemaría, Colloqui, n. 98.

[41] San Josemaría, Lettera 24-XII-1951, n. 5.

[42] San Josemaría, Lettera 16-VII-1933, n. 3.

[43] San Josemaría, Lettera 9-I-1932, n. 66.

[44] Lettera pastorale, 14-II-2017, n. 9.

[45] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale intorno ad alcuni aspetti della evangelizzazione, 3-XII-2007, n. 12 e nota 49.

[46] San Josemaría, Lettera 24-X-1942, n. 9.

[47] San Giovanni Paolo II, Enc. Redemptor hominis, 4-III-1979, n. 12.

[48] San Josemaría, Forgia, n. 995.


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(Pro manuscripto)