È come ballare con qualcuno di speciale

Barbara Morelli, numeraria dell'Opus Dei, prende spunto dalla pubblicazione di un libro nel quale vengono riportate alcune esperienze sulla vita nell'Opus Dei, per offrire la sua particolare, sintetica e semplice testimonianza in merito.

Testimonianze

Voglio molto bene a una delle persone che hanno rilasciato le interviste riportate in un recente libro dove l'Opus Dei viene attaccata: era mia compagna di classe al liceo. Anche lei veniva dall'hinterland e a Milano questo unisce subito. A tutte e due piaceva ballare, organizzare feste, vedere films. Ci siamo divertite sempre insieme e io ho chiesto l'ammissione all'Opera poco prima di lei. 

Era il 1986, varie riviste scandalistiche sferrarono un attacco contro l'Opus Dei; la mia adesione all'Opera era anche il mio modo per dire: sono con voi. Non mi piaceva l'idea che persone che conoscevo, che si facevano in quattro per gli altri, che mi avevano insegnato a pregare sul serio, rimanessero da sole a prendersi le botte.

"La strada è buona: buona fortuna!". Mio padre ha detto questo ed è scoppiato a piangere quando gli ho annunciato che avevo preso la decisione di diventare numeraria. In quel momento non era un fervente cattolico, ma era ed è un buon padre e sa riconoscere le opere di Dio. Anche quelle che fanno piangere i genitori, che portano la figlia a fare i bagagli e ad andare dove c'è bisogno: prima a Milano-città, poi in Sicilia, a Catania per quattro anni e a Palermo, da undici.

Le cose di amore non si "capiscono": si fanno e basta. Per questo mi diceva: buona fortuna! In fondo, anche mio padre aveva iniziato un'avventura, quando aveva messo su famiglia, e lo sapeva. È un rischio mettersi fino al collo in una cosa di Dio perché... è come quando si inizia a ballare con qualcuno di speciale: gli altri ci sono, non si perdono di vista del tutto, ma lo sguardo e i piedi seguono quella sola persona.

Il rapporto con Dio, lo spirito dell'Opera, la mia maturazione, mi hanno aiutato a capire, strada facendo, che seguire Dio non significa trascurare la propria famiglia, ma curarla come meglio si può. Ho studiato Filosofia e mi ha sempre affascinato il linguaggio e il mondo della comunicazione: volevo fare il copy in Pubblicità. La vita mi ha portato a fare l'insegnante e sono molto contenta. Penso che la vocazione professionale non sia legata a un posto ma a un ruolo, a delle qualità che ciascuno ha ricevuto e che è chiamato a mettere a servizio, in un modo o in un altro. Prende forma man mano, con il contributo delle variabili dell'esistenza e di risposte di amore.

Voglio ancora molto bene alla mia compagna di classe di un tempo e vorrei nuovamente condividere con lei tutto questo.