In ricordo di Marco

Il 23 novembre scorso è venuto a mancare, a seguito di un incidente stradale, Marco Soranzio, ingegnere di 29 anni, da nove membro numerario dell'Opus Dei e da due direttore del Collegio Universitario Torrescalla di Milano. La sua repentina scomparsa ha suscitato un'ondata di commozione fra i tanti residenti, ex-residenti o amici della Torrescalla, che hanno riempito la chiesa di Santo Spirito a Milano, per il funerale.

Dall'Opus Dei

Il 29 novembre ha concelebrato a Milano il Vicario Regionale dell'Opus Dei, mons. Lucio Norbedo, con altri cinque sacerdoti. Altrettanto emozionante e affollata da più di 500 persone - amici di famiglia, compagni di liceo, di nuoto e di scoutismo - è stata la Messa funebre concelebrata il giorno dopo nella sua città di Monfalcone, dall'Arcivescovo di Gorizia, mons. Dino De Antoni, e da altri quindici sacerdoti. In memoria di Marco, che ha lasciato un ricordo indelebile in tutti coloro che lo hanno conosciuto, riportiamo di seguito l'omelia dell' Arcivescovo.

“Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo (…). Divenuto caro a Dio, fu amato da Lui” (Sap. 4, 7 e 10).

Chi può permettersi di fronte a uno strappo così radicale, come la scomparsa di un volto tanto amato, non solo dai suoi genitori, dalla sorella, dai familiari, ma così amato da centinaia di persone, come voi qui testimoniate e documentate, chi può permettersi di dire una parola simile: “Divenuto caro a Dio, fu amato da Lui”?.

Eppure, carissimi, la Chiesa, la Chiesa nostra Madre, che qui sensibilmente documentiamo e tangibilmente sentiamo, applica a Marco e alla sua dipartita, questa grande affermazione al nostro cuore addolorato.

E come è letterale, nel caso di Marco, ciò che la prima lettura aggiunge: “Giunto in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera. La sua anima fu gradita al Signore, perciò egli lo tolse in fretta da un ambiente malvagio” (Sap. 4, 13-14).

Certo abbiamo bisogno in questo momento di essere sorretti, soprattutto hanno bisogno di essere sorretti i genitori, la sorella, i familiari, gli amici; sorretti dalla dolcissima esperienza di compagnia che la pagina del Vangelo ci ha riproposto: per lui e per noi Gesù è tornato. Per lui per portarlo alla soglia del Mistero, per noi per illuminare il nostro cammino alla luce delle Scritture.

È venuto Gesù per dare un senso a una esperienza così inaudita, del tutto inaccessibile, per non lasciarci turbati di fronte a una morte così apparentemente terribile e ingiusta.

2. Un carissimo amico di Marco, Giovanni Crostarosa Guicciardi, presidente dell’Associazione dei residenti di Torrescalla, ha commentato la sua figura dicendo:

“ Marco (…) è sempre stato un ragazzo veloce. In acqua, dove è stato una promessa del nuoto giuliano. Negli studi dove è sempre stato fra gli allievi più brillanti. Sulla neve, dove le code dei suoi sci filavano eleganti. Nella dedizione agli altri, dov’è stato in prima fila dal tempo degli scout fino all’ultimo giorno della sua vita”.

“Intelligente, generoso, pieno di fede, saggio”, così lo ha tratteggiato chi lo conosceva; “familiare, delicato, appassionato di futuro, educatore”, è stato definito.

Ma nel contempo determinato nel suo lavoro formativo, ispirato all’insegnamento di san Josemaría Escrivá, nella cui Opera egli ha scoperto ben presto la sua vocazione, appoggiata, con intelligenza e affetto, dai suoi genitori nel modo che solo una papà e una mamma sanno apprezzare, non senza la fatica di condividere una scelta che ti spiazza, perché, quando Dio incontra, sconvolge e turba come ci insegna l’incontro di Maria con l’Angelo.

Marco di ciò era stato cosciente come si evince da alcune frasi, che voglio leggere da una sua lettera a mamma e papà il 9 aprile 2001:

“Potrei continuare a scrivere ancora molte cose, ma preferisco fermarmi qui. Se vi sentite tristi, fate ciò che ci dice San Giacomo: ‘Se qualcuno fra voi è triste, preghi’. Pregate molto per me, per la mia vocazione e invocate lo Spirito Santo, perché vi doni la luce necessaria per accettare, capire e comprendere e condividere la mia scelta. So perfettamente di farvi soffrire e vi chiedo perdono di ciò; offrite tutto a Dio Padre e uniamoci alla Croce di Cristo per essere in Paradiso per l’eternità. So per esperienza che costa accettare le prove che il Signore ci manda, ma questa è la strada per il Paradiso. Vi scongiuro di continuare a pregare per me, io lo faccio per voi. Solo così non ci ritroveremo ancora in situazioni difficili, tese per tutti, che ci fanno soffrire. Vi voglio un bene incredibile. Marco”

Non vi pare di notare in queste affermazioni di Marco tutta la saggezza ardente di chi mette al primo posto l’incontro con Cristo che ora vive ed esperimenta in maniera compiuta?

Sentiamo altre sue parole scritte a Mons. Armando Zorzin nel 2002, suo parroco negli anni della giovinezza, dopo aver descritto l’esperienza fatta a un Convegno per universitari:

“Le assicuro (…) di come sia emozionante parlare agli altri della propria vocazione, farli partecipi dell’Amore che Dio riversa nei nostri cuori, raccontare ansie, dubbi, vittorie, luci, propositi… E sicuramente tutto ciò ha un prezzo: papà e mamma avrebbero voluto vedermi, come del resto anch’io, però il Signore viene prima, c’è poco da fare.”

Marco non è andato verso il niente, ma verso il Padre, cioè verso un rapporto di compimento che recupera e definisce tutto ciò che è stato nella sua vita.

Realmente di fronte all’autocoscienza che egli aveva del dono di sé, fatta – e sono ancora parole sue – attraverso “il poter vedere e ascoltare varie persone dell’Opera, con alle spalle varie decine di anni di vocazione, che raccontavano quando avevano conosciuto san Josemaría … tutto con una semplicità e umiltà, tanto da portare alla commozione nonché a rinnovare i propositi di lotta per la santità”, di fronte a questa autocoscienza di sé, si capisce l’intensità della prima lettura: “Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni, ma dalla sapienza del cuore”.

Per questo possiamo capire che Dio i suoi cari li porta con sé nel luogo definitivo e da lì essi continuano incessanti la loro azione.

3. Ora però noi restiamo nella prova e nel dolore di questo gravoso distacco.

Sappiamo che Marco, strappato nel pieno dell’età, non è perduto e non perde nulla della sua vita, a patto però che nel nostro cammino, sia pure con volto triste, ci lasciamo accostare da Cristo e lo facciamo camminare con noi.

Perché solo la Sua presenza e la compagnia e la fraternità e l’amicizia, che possiamo trovare nella Chiesa, possono farci vivere l’attesa che ci lega con serietà gli uni agli altri.

Con tutto il cuore vogliamo ripetere le parole di Emmaus: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino”, le vogliamo ripetere perché siano di consolazione ai genitori, alla sorella, ai familiari , agli amici, a tutti i membri dell’Opus Dei, e per quanti lavorano con loro.

La sua vita e la sua esperienza di dedizione totale a Dio siano germe di vocazioni, di cui è così ricca, in maniera molto discreta, questa nostra Chiesa goriziana.

E pur nel dolore, diciamo che crediamo che Cristo, cantore della vita, ci ha preceduti nella strettoia della morte, per farci esplodere nella pienezza del compimento.

Marco ora, dal Cielo, lo sappiamo e lo crediamo, può intercedere per noi presso il Padre.

                                                                                              Amen.