Sulla personalità di un “Difensore della vita”

Come aiutare coloro che apparentemente disprezzano la vita? Come orientare le persone che, coinvolte in situazioni limite, hanno scelto di uscirne con una tragedia, decidendo per l’aborto o per l’eutanasia?

Dall'Opus Dei

Riflessioni  introduttive

Voglio ricordare una scrittrice tedesca, Karin Struck . Siamo diventate amiche nell’ultimo periodo della sua vita. Se non fosse morta prematuramente, nel 2006, sicuramente oggi sarebbe qui con noi, in questo grande Congresso pro-vita.

Per molti anni Karin è stata una romanziera famosa. Ai tempi dell’università aveva militato nel partito comunista; poi aveva fatto propaganda in favore del libero amore e dell’omosessualità. Aveva deciso di vivere sola con i suoi quattro figli, senza marito e senza compagni .

Fotografia di Kerianne Brow

Un giorno volle abortire del suo quinto figlio. Pur non praticando alcuna religione e non avendo alcun codice etico, restò profondamente sgomenta per l’atto da lei stessa commesso. Con la sua sensibilità di artista, espresse la propria angoscia nel 1992, in un libro intitolato “ Ich seh mein Kind im Traum ” (“Vedo mio figlio nei sogni”).

In seguito alla pubblicazione di questo libro la sua vita cambiò radicalmente. Le grandi case editrici le chiusero le porte, così come le riviste più importanti; la radio e la televisione rifiutarono le sue collaborazioni abituali. Karin fu completamente emarginata, estromessa dalla considerazione del grande pubblico. E prese coscienza, sempre più profondamente, di quanto e fino a che punto la nostra società è malata.

È stata una donna radicale e coraggiosa. Quando si rese conto che, indirettamente, semplicemente pagando la previdenza sociale, stava finanziando migliaia di aborti, si astenne dal pagarla per sé e per i suoi figli. Però poche settimane dopo ebbe un gravissimo incidente stradale insieme al più piccolo dei figli: sia lei che il bambino finirono in coma, ed ebbero poi bisogno di vari interventi chirurgici e di lunghi periodi di degenza in ospedale. Vista la sua situazione economica, questo significava che Karin era caduta nell’indigenza.

Eppure non fu lasciata sola. I gruppi “Pro Vita” della Germania, della Svizzera e dell’Austria e molte persone singole, che l’avevano conosciuta attraverso il suo libro contro l’aborto, formarono una rete di aiuto a Karin. I soccorsi furono sia materiali che spirituali, e le diedero la forza di reimpostare la propria vita dalle fondamenta, e il coraggio di tirare avanti. In una delle sue ultime lettere, Karin mi raccontava: “ Ora pulisco le case di altre famiglie e prima o poi spero di terminare i miei studi. Non sono più famosa, né voglio esserlo. Ma finalmente sono in pace ”.

Mi piacerebbe esaminare insieme a voi le persone che hanno aiutato Karin. Le hanno dato l’aiuto economico, così necessario in una situazione precaria; però le hanno donato molto di più: nella situazione dolorosa in cui si trovava, le hanno trasmesso una nuova gioia, una nuova speranza. Si può dire che hanno completamente risvegliato e difeso la sua vita.

Adesso, non mi voglio soffermare su ciò che potrebbero argomentare i “ difensori della vita ” – quali siamo noi – ai gruppi di pressione o ad alcuni politici. Non parlerò neppure dei libelli che scrivono, né delle manifestazioni che organizzano. Voglio soltanto riflettere con voi sul nostro comportamento di ogni giorno nei confronti di alcune persone ben precise “ dell’altra sponda ”: cioè persone che hanno abortito o che vogliono farlo, che hanno richiesto l’eutanasia o che vogliono ricorrervi.

Alcuni “ difensori ” sono organizzati in associazioni, altri no. Di solito, per difendere la vita, non occorre appartenere a un gruppo, anche se spesso è opportuno. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la potenza di un gruppo dipende dalla personalità di ognuno dei suoi membri. Perciò, se vogliamo difendere la vita efficacemente, è molto importante cominciare da noi stessi.

Fotografia di Kerianne Brown

I.  Alcuni atteggiamenti convenienti

Tutti noi siamo molto diversi gli uni dagli altri, e diverse sono anche le circostanze in cui ci troviamo. È bene, inoltre, che, diversi come siamo, abbiamo diversi modi di agire. Tuttavia possiamo mettere in evidenza alcune caratteristiche comuni che, in un modo o nell’altro, ogni “ difensore ” dovrebbe curare.

1. Fortezza

Occorre una buona dose di coraggio e di fortezza per lavorare a favore della vita nella nostra era caratterizzata da dittature occulte o manifeste. Vi voglio raccontare alcuni fatti che lo dimostrano con evidenza.

Quando cadde il muro di Berlino, la Germania orientale diventò, all’improvviso, uno Stato libero nel quale entrarono in vigore nuove leggi. Furono aperti gli archivi della polizia segreta e si scoprirono – fra migliaia di altre vicende vergognose – alcuni fatti di particolare importanza che a mala pena furono fatti conoscere ai cittadini. La polizia segreta della Germania comunista era stata molto attiva nella distruzione della morale pubblica e privata nella Germania Occidentale. Aveva impiegato metodi ben precisi per soffocare la difesa della dignità umana, del matrimonio e della famiglia. Per esempio, ogni volta che qualcuno – in televisione, attraverso la radio o su un giornale - si pronunciava a favore della vita, riceveva severe critiche in quasi tutti i mezzi di comunicazione. Veniva chiamato “ fascista ”, intollerante e arrogante; veniva disprezzato, ridicolizzato e, alla fine, messo a tacere. Le critiche e le campagne erano organizzate nella Germania comunista.

Se siamo disposti a lavorare a favore della vita, abbiamo bisogno di un cuore libero e forte. Dobbiamo arrivare a essere sempre più indipendenti dai giudizi degli altri. Un autentico “ difensore ” accetta serenamente di essere preso per pazzo. In realtà è più sano di una persona considerata “normale” in virtù del suo buon adattamento alla nostra società, perché non rinuncia alla sua capacità di pensare per conto proprio, né alla sua spontaneità; malgrado gli ostacoli, segue la propria luce interiore e si oppone a tutto ciò che rimpicciolisce l’uomo, lo massifica, lo manipola e lo inganna.

Già prima della depenalizzazione dell’eutanasia in Olanda (1-IV-2002), era consuetudine in molti ospedali “ fare sparire ” clandestinamente i malati terminali quando qualcuno decideva che era opportuno farlo. In quel periodo la madre di Piet , un mio conoscente, stava morendo per una malattia dolorosa. Negli ultimi giorni soffriva moltissimo e, mentre tutta la famiglia era riunita nella sua stanza, il medico primario entrò, guardò tutta quella gente, chiamò Piet nel corridoio e gli disse: “ Senti, io ora farei a tua madre una iniezione per provocarle una buona morte. Ma so che tu hai altre convinzioni e perciò ho bisogno del tuo consenso perché poi non voglio avere grane ”. Piet non diede il permesso e il medico non poté applicare l’eutanasia. La madre ebbe una lunga agonia. “ È stato traumatico – mi disse Piet in seguito -. Vedi morire tua madre e non puoi aiutarla. E oltre a questo, tutta la famiglia ti addossa la colpa delle sue sofferenze e ti rimprovera per la durezza di cuore dimostrata ”.

Proprio così: vi sono situazioni straordinariamente dure. Si corre il pericolo di vacillare, ed è possibile che cediamo se non abbiamo delle convinzioni forti, molto personalizzate e radicate in una visione completa dell’esistenza.

2. Umiltà

Il “ difensore della vita ” è disposto a opporsi, qualunque siano gli ostacoli, al male esistente nel mondo. Per una causa come questa, vale la pena perdere il prestigio sociale e spendere fino alle ultime energie.

Eppure dobbiamo riconoscere che tutti noi siamo deboli e possiamo stancarci. Tutti siamo partecipi del male. Durante la II Guerra Mondiale, lo scrittore trappista Thomas Merton affermò, contrito, dall’America: “ Ognuno riconosca la propria grande colpa, in quanto tutti noi siamo in qualche modo colpevoli di questa guerra... Noi siamo un albero del quale Hitler è uno dei frutti, che tutti noi alimentiamo ”.

Secondo uno dei suoi biografi, Merton sapeva molto bene “ che il peccato, il male e la violenza che vedeva nel mondo era lo stesso peccato, lo stesso male e la stessa violenza che aveva scoperto nel proprio cuore... L’impurità del mondo era uno specchio dell’impurità del proprio intimo ”. Nella solitudine e nel silenzio Merton prese coscienza che in lui viveva l’umanità intera, con tutta la sua miseria, ma anche con il suo anelito d’amore: individuò il mondo nel suo cuore.

Queste esperienze ci invitano a osservare in profondità la condizione umana e a rendere meno radicali i nostri giudizi su situazioni complesse. I colori non sono soltanto due, il bianco e il nero: il mondo non è pieno di peccatori da una parte, e di martiri che muoiono cantando, dall’altra.

Questo fatto è stato ricordato da Giovanni Paolo II nella sua visita al campo di concentramento di Auschwitz. Quando il papa entrò in quel luogo spaventoso, dove erano morti molti suoi amici e compagni d’infanzia, non fece nessun sermone, non espresse nessuna riprovazione, ma cominciò a recitare il Confiteor , chiedendo perdono a Dio per i propri peccati.

Tutti siamo profondamente e personalmente coinvolti nelle vicende di questo nostro mondo. Se accettiamo umilmente questo fatto e contempliamo l’intimità più profonda del nostro essere, potremo migliorare almeno una piccola porzione della società della quale facciamo parte. Allora potremo vedere, con occhi più limpidi, che, malgrado tutti gli errori, negli altri c’è molto di buono e di bello.

Si racconta che durante una riunione il generale Robert Lee parlò in termini straordinariamente elogiativi di un ufficiale alle sue dipendenze. Un altro militare che era presente restò attonito: “ Generale – gli disse -, non sa che l’uomo di cui parla con tanta ammirazione è uno dei suoi peggiori nemici, che non perde occasione di denigrarla? ”. “ – rispose il generale Lee - ; però avevano chiesto la mia opinione su di lui, non l’opinione che egli ha di me ”.

Soltanto quando lottiamo per essere sinceramente umili si ha la possibilità che gli altri ci aprano il loro cuore. Certe volte conviene parlare prima di tutto delle nostre mancanze personali, dei nostri errori. Venticinque secoli fa il sapiente cinese Lao Tse disse: “ La ragione per la quale i fiumi e i mari ricevono l’omaggio di centinaia di torrenti della montagna è che si mantengono sotto di loro. Così sono capaci di regnare su tutti i torrenti della montagna ”. In modo simile dovrebbe comportarsi chi desidera trasmettere una verità: deve collocarsi al di sotto degli altri. Così gli altri non sentiranno il suo peso e non prenderanno le sue parole per un insulto.

A parte ciò, ogni persona ci è davvero superiore in vari aspetti: da tutti possiamo imparare.

3. Saper ascoltare

Una delle conseguenze immediate dell’umiltà è la capacità di accogliere e ascoltare l’altro. A volte si ha bisogno di molto carattere e dominio di sé per non innervosirsi immediatamente. In ogni caso la rabbia e le recriminazioni sono inutili, perché mettono l’altra persona sulla difensiva e di solito lo inducono a cercare di giustificarsi. Ferire l’altro con critiche pungenti non soltanto non corregge, ma aggrava la situazione. Le ferite possono creare risentimenti, che a volte durano decenni e continuano a bruciare fino alla morte.

Quando qualcuno si sbaglia, a volte tra sé e sé sarà costretto ad ammetterlo. E se lo sappiamo guidare con dolcezza e tatto, forse lo ammetterà anche con noi. Ma questo non accadrà se cerchiamo di convincerlo a ogni costo che non ha ragione.

Il segreto per agire con tranquillità consiste nel non identificare una persona con ciò che fa. Un esempio eloquente ci è dato da Albert Camus , che in una lettera aperta si rivolge ai nazisti e parla dei crimini da loro commessi in Francia: “ Malgrado voi stessi, vi continueremo a chiamare uomini... Ci sforzeremo di rispettare in voi ciò che voi non rispettavate negli altri ”. Ogni persona è al di sopra dei suoi peggiori errori.

Quasi tutti parliamo troppo quando cerchiamo di convincere gli altri del nostro modo di pensare. Prima deve parlare l’altra persona. Essa conosce meglio di noi i propri problemi, le proprie lotte e le proprie sofferenze. È necessario creare un clima nel quale essa possa parlare senza misurare le parole, possa mostrare le proprie debolezze senza timore alcuno di essere censurata.

Siamo chiamati a impegnarci nella difficile arte di entrare nell’intimità degli altri, di non limitarci a quello che dicono, ma di arrivare a ciò che vogliono dire, di non ascoltare soltanto le parole, ma anche i messaggi. Spesso conviene assumere la funzione di cestino della carta straccia o di pattumiera. Può darsi che la scarsezza di questi “ ascoltatori pattumiera ” sia la causa della solitudine angosciante di tante persone: sono piene di sentimenti distruttivi e di esperienze orribili, che non riescono a condividere con nessuno.

Se ci troviamo in disaccordo con la persona che parla, possiamo essere tentati di interromperla. Ma è meglio non farlo, perché così non l’aiuteremmo. Essa non ci presterà attenzione finché avrà ancora una quantità di idee e di esperienze di vita personale che vuole trasmettere. La cosa più importante non è dare consigli, ma stare accanto all’altro.

Dobbiamo stare ad ascoltare tranquillamente sino alla fine. La parola che dovesse rimanere dentro una persona potrebbe essere quella decisiva. È proprio questa la parola che deve uscire. Per questo – avverte Guardini – dobbiamo esercitarci a “ vedere, ascoltare, sentire come, dietro a un sentimento evidente, dietro a un pensiero esplicitato, c’è molto altro che rimane nascosto; e quando ciò che era nascosto è finalmente conosciuto, può darsi che dietro ci sia ancora dell’altro ”.

I migliori conversatori non sono quelli che parlano bene, ma le persone che si interessano a quello che dicono gli altri.

4. Comprensione

Ricordo una adolescente disperata, che era rimasta incinta e subiva forti pressioni per abortire. Per varie settimane aveva cercato un aiuto, però non sapeva a chi rivolgersi. Quando le parlai, le domandai perché non aveva detto niente alla sua amica che collaborava con fervore a una associazione pro vita . “ Impossibile – mi rispose -. Non posso parlare con lei di queste cose. Sarebbe uno scandalo per lei. La nostra amicizia finirebbe ”. Ma, quando uno è caduto nelle profondità del dolore, non è forse proprio l’amico, l’amica, che deve lottare per lui e con lui? “ Sii solidale con gli altri, soprattutto se sono colpevoli ”, recita un proverbio francese.

In un momento di scoraggiamento, di fallimento o di angoscia, è straordinariamente importante trovare una persona comprensiva, che non rimproveri, che non classifichi freddamente, ma sia capace di condividere i sentimenti – spesso contraddittori – che si trovano nel cuore umano. Vi sono momenti nei quali ogni uomo – anche il più crudele assassino – ha bisogno di essere consolato e rincuorato. Il criminale americano Crowley , condannato alla sedia elettrica per aver ucciso molta gente, poco prima di morire scrisse: “ Sotto i vestiti ho un cuore affaticato, un cuore buono: un cuore che non farebbe male a nessuno ”.

Sappiamo quello che quest’uomo ha vissuto? Conosciamo le manipolazioni e le pressioni alle quali era stato esposto durante l’infanzia, il suo vuoto interiore, la sua noia? Che cosa ha provocato la sua disperazione e il suo odio? C’è una ragione nascosta per la quale ogni persona pensa e agisce. Se scoprissimo questa ragione, avremmo la chiave delle sue azioni e forse quella della sua personalità.

In un mondo pieno di situazioni tremende, siamo chiamati a scoprire la possibilità di compatire. Il grande scrittore inglese Graham Greene afferma: “ Se conoscessimo le cose sino in fondo, avremmo compassione persino delle stelle ”.

Naturalmente non mi riferisco all’esercizio pubblico della giustizia o della necessità di scontare o meno una pena. Parlo semplicemente dell’atteggiamento di una persona concreta nei confronti di un’altra che si è resa colpevole. Nella vita quotidiana non ci compete condannare gli altri, né esprimere giudizi sulle loro intenzioni. Quando questi atti avvengono “ per la strada ”, spesso non sono esenti da una gran dose di fariseismo. Inoltre, sono l’inizio di un nuovo ciclo di violenza e di oppressione. L’unica vera liberazione è quella che tocca il cuore e induce a cambiarlo, con la grazia di Dio.

Un commento mordace o cinico non aiuta per niente, e anzi sprofonda l’altro ancor più nella miseria. Invece, se questi nota un vero interesse, un’autentica preoccupazione per la sua persona e per la situazione in cui si trova, può darsi che reagisca favorevolmente. La comprensione ha un effetto di guarigione.

Fotografia di Kerianne Brown

È necessario capire che ognuno ha bisogno di più amore di quello che “ merita ”, che ognuno è più vulnerabile di quel che sembra. Perfino la persona più violenta, finché vive, può pentirsi dei propri errori, può cambiare e crescere. “ Non c’è peccatore senza futuro, né santo senza passato ”, dice la sapienza popolare.

Comprendere significa avere la ferma convinzione che ogni persona, indipendentemente da tutto il male che abbia fatto, è un essere umano capace di fare il bene. Nessuno è totalmente corrotto; in ognuno brilla una luce. Quando lo comprendiamo, è come se dicessimo all’altro: “ No, tu non sei così. So chi sei. In realtà sei assai migliore ”. Vogliamo per l’altro tutto il bene possibile, la sua piena crescita, la sua profonda felicità, e ci sforziamo di amarlo dal profondo del cuore, con grande sincerità.

Le persone che sanno dare affetto e speranza agli altri esistono davvero. La loro presenza genera una sensazione di benessere. Gli altri sanno di essere in buone mani quando stanno con loro; sanno di essere stimati e amati, malgrado tutti i propri errori. Possono abbandonare le loro angosce, riposare e scoprire valori che forse non hanno mai conosciuto.

II. Essere maturo per l’amicizia

Se vogliamo che l’altro si spogli davvero dell’errore, dello sbaglio, delle brutture o della cattiveria, e che si apra a nuove conoscenze, è necessario entrare con lui in una relazione di amicizia. Si accetta un consiglio quando c’è confidenza. Si ascolta un amico e nessun altro.

L’amicizia conferisce nuova luce alla nostra esistenza e rende la vita più amabile. Goethe lo dice con un’espressione poetica: “ Il nostro mondo appare più vuoto – afferma – se lo immaginiamo solo pieno di montagne, fiumi e città. Però sappiamo che da qualche parte c’è qualcuno che è in sintonia con noi, qualcuno con il quale continuiamo a vivere, sia pure in silenzio. Questo, e solo questo, fa sì che la terra sia un giardino abitabile ”.

Proprio a causa della massificazione e dell’anonimato, tanto caratteristici dei nostri giorni, abbiamo bisogno di luoghi caldi, di spazi nei quali possiamo sentirci come a casa nostra. Dove vi sono amici sorge l’esperienza della confidenza, il calore del focolare domestico. Per molti nostri contemporanei, l’amicizia costituisce il loro focolare e la loro patria in mezzo a una terra senza patria e senza focolare.

Chi ha amici di partiti politici diversi dal suo, di altre professioni, religioni e nazionalità è una persona felice. Sta davanti a un mare senza sponde. Frequentando e amando la gente più diversa, ci si amplia la mente e ci si allarga il cuore. Riceve molto e dona molto. È colui che meglio può orientare chi sta in una situazione senza via d’uscita.

Naturalmente, l’amicizia non si può imporre a forza. È un dono che viene dall’alto. Però possiamo acquisire la capacità di ricevere questo dono.

1. Una condizione imprescindibile

Per avventurarmi nella vita dell’altro, devo essere in pace con me stesso. Devo andare d’accordo con me stesso e devo riuscire a essere, in qualche modo, “ amico di me stesso ”.

Conosco una donna che ha abortito varie volte e che poi – dopo un incredibile cambiamento – ha lavorato con aggressività a favore della vita. Una volta mi confessò: “ Francamente, mi odio. E odio tutte le donne che abortiscono. Se una donna ha compiuto questo crimine, le rimangono soltanto due strade: lottare con impeto pro o contro la vita per mettere a tacere la voce della propria coscienza ”.

Tuttavia non difendiamo la vita soprattutto per superare i nostri problemi personali, ma per aiutare gli altri. Non potremmo farlo in modo efficace, se non trasmettessimo nient’altro che il nostro caos interiore, soffocando gli altri con i nostri sentimenti amari e deleteri; e gli altri fuggirebbero da noi per proteggersi.

Se non sto a mio agio con me stesso, non starò a mio agio in nessun posto. Se non riesco a incontrare me stesso, non posso compiere un vero incontro con nessun’altra persona. Se non sono in armonia con me stesso, non potrò seminare pace intorno a me.

Fotografia di Juan Salvarredy

C’è anche una terza possibilità per quelle che hanno praticato l’aborto: possono difendere la vita serenamente se sono riuscite a diventare “ amiche di se stesse ”. Ma com’è possibile arrivare a tanto? L’amicizia richiede un atteggiamento di profonda sincerità. Non si può costruire su una menzogna. Così, per essere “mio amico” devo comportarmi con rettitudine interiore. Non devo reprimere le grandi questioni che affiorano, più o meno spesso, nel mio intimo. Devo mettere ordine nella mia stessa anima, guidarla verso il bene e cercare il senso profondo della mia esistenza.

Se una persona si è riconciliata con Dio e con se stessa, ha l’opportunità di dare al mondo la propria testimonianza con una particolare convinzione. È un compito splendido, un’occasione per riparare e, naturalmente, è anche un metodo per curare le proprie ferite sempre più a fondo.

2. Il valore dell’amabilità

Vi sono due modi di mostrare la nostra forza in una conversazione: possiamo trascinare l’altro verso il basso oppure spingerlo verso l’alto; possiamo agire in modo distruttivo o in modo costruttivo.

Un linguaggio offensivo, alcune frasi sarcastiche, una certa arroganza, o l’asprezza, la prepotenza e i rimproveri, sono esempi di una conversazione distruttiva; producono resistenze e, certe volte, vere e proprie ribellioni.

Non occorrono particolari capacità per calpestare l’altro: chiunque può farlo. A volte si ferisce di più con la freddezza che con la rabbia. Però il prezzo è alto. Se stiamo a discutere, se ci contrapponiamo e disapproviamo, creiamo distanze; se ci lasciamo guidare dall’agitazione interiore, finiremo con l’offendere. Qualche volta potremo ottenere una vittoria; ma sarà una vittoria vuota. Una persona forzata contro la sua volontà non cambia opinione. Non esce dal circolo vizioso nel quale si trova e spesso tende a sabotare gli sforzi di chi cerca di convincerla.

È vero che la coazione, certe volte, può evitare un male – può evitare, per esempio, la morte di innocenti -; ma non è un mezzo adatto a condurre una persona verso il bene. Un cambiamento violento, di norma, non è profondo e non dura. Non si può forzare nessuno a essere buono.

I cinesi dicono: “ Chi cammina con dolcezza va lontano ”. Lo stesso concetto è espresso dalla famosa favola del sole e del vento. Entrambi discutevano su chi fosse il più forte, e il vento disse: “ Vedi quel ragazzo avvolto in un mantello? Scommetto che gli farò togliere il mantello più rapidamente di te ” Cominciò a soffiare con una forza straordinaria, fin quasi a creare un ciclone. Ma quanto più forte soffiava, tanto più il ragazzo si avvolgeva nel suo mantello. Alla fine il vento si calmò e si dichiarò vinto. Allora uscì il sole e sorrise benignamente sul ragazzo. Non passò molto tempo che questi, accalorato, si tolse il mantello.

In realtà la dolcezza è più potente della foga. Soltanto attraverso il cuore possiamo arrivare alla mente di un’altra persona. Se questa ci respinge, noi non possiamo fare nulla. Ma se nota che le vogliamo veramente bene, che per noi è speciale e importante, e che desideriamo che sia totalmente felice, allora si apre la possibilità di una relazione amichevole, nella quale – come abbiamo visto – ognuno ascolta l’altro e ognuno impara dall’altro.

L’amicizia nasce e si accresce quando eliminiamo l’immagine che ci eravamo fatta dell’altra persona. È un’esperienza delicata, che richiede tempo, calma e molta sensibilità.

Colui che ama dà qualcosa di se stesso, della propria vita, di quello che c’è di vivo in lui. Condivide le sue gioie e i suoi dolori, i suoi entusiasmi e i suoi disinganni, le sue esperienze e i suoi progetti, le sue riflessioni e, non da ultimo, la verità che ha trovato; in una parola: si dà in prima persona. Se s’instaura questo clima, non è difficile parlare di tutto, anche delle proprie mancanze, per molto gravi che siano.

3. Trasmettere la verità

Per migliorare l’altro nella comunicazione costruttiva, conviene consolidare la relazione positiva già esistente fra noi. È importante vedere nell’altro le cose buone, perché tutti noi abbiamo la tendenza a comportarci in base alle aspettative degli altri. In tal senso, la sapienza popolare consiglia: “ Se vuoi che gli altri siano buoni, trattali come se già lo fossero ”.

Dovremmo parlare sempre con uno stile personale. Quando pronunciamo frasi fatte, c’è chi smette di ascoltare. Non dovremmo dimenticare che le parole – e persino i migliori esempi – si logorano con l’uso eccessivo. Dato che gli argomenti a favore della vita si utilizzano spesso e in tanti contesti, può darsi che non facciano più impressione. Abbiamo bisogno di una fedeltà creativa ai principi comuni.

Chi vuole veramente bene all’altro non attenua né nasconde il male che questi può aver fatto. Cercherà di trasmettere le esigenze etiche con assoluta chiarezza, adattandole alle circostanze del caso. Non cercherà falsi compromessi, perché sa che essi non possono condurre nessuno a una pace stabile. “ Non è onesto eludere i principi etici elementari – affermano Natalia Horstmann ed Enrique Sueiro -. Vi sono cose buone e cose cattive, e la loro bontà o la loro cattiveria è indipendente dai consensi. Il tabacco non uccide perché così è scritto sul pacchetto di sigarette...; né la violenza maschilista è aberrante perché è condannata dal governo. Sono realtà dannose in se stesse, chiunque lo dica e anche se nessuno lo dice ”.

L’altro ha il diritto di conoscere tutta la verità, anche se a prima vista possa apparirgli amara. Per questo abbiamo l’obbligo grave di renderlo partecipe della luce che abbiamo, probabilmente grazie alla generosità di altri.

Allo stesso modo, per essere pienamente sinceri in qualunque relazione umana, è conveniente e necessario far conoscere la propria identità. L’altro vuol sapere chi sono io, così come io voglio sapere chi è lui. Se soffochiamo le differenze e ci abituiamo a tacerle del tutto, forse potremo godere per qualche tempo di un’armonia apparente; ma in realtà non ci accetteremmo reciprocamente come siamo per davvero, e la nostra relazione diventerebbe sempre più superficiale, più deludente, finché prima o poi si spezzerebbe.

Se instauriamo un rapporto di confusione, non aiuteremo nessuno. Per questo è necessario esporre la verità nel modo più chiaro e completo possibile. Quando ci comportiamo in questo modo non ostacoliamo l’amicizia, ma al contrario la favoriamo, se cureremo la delicatezza e il rispetto. “ Non accettate come verità nulla che sia privo d’amore. E non accettate come amore nulla che sia privo di verità. L’una senza l’altra si trasforma in una menzogna distruttiva ”. Queste parole ispirate della filosofa Edith Stein mi sembrano particolarmente adatte alla difesa della vita. Ogni verità mescolata con il veleno diventa immediatamente falsa.

4. Aiutare a uscire dalle difficoltà

Secondo Socrate , non conviene insegnare niente a nessuno. Il grande maestro guidava saggiamente i suoi contemporanei alle verità che essi stessi scoprivano. Il suo metodo rispecchiava una conoscenza profonda del cuore umano. Spesso, nella realtà, siamo più convinti delle verità che abbiamo scoperto per conto nostro che di quelle che altri ci servono su un piatto d’argento.

Analogamente, in psicologia si parla della “ intenzione rubata ”: se voglio fare una certa cosa – e ne ho anche un gran desiderio -, e un’altra persona mi dice che devo fare proprio questo, può darsi che mi passi la voglia di farla. Mi sento un comprimario, non il protagonista dell’opera. A nessuno piace ricevere ordini su cose che aveva deciso di fare.

Così, conviene appellarsi ai motivi più nobili dell’altro e aiutarlo a far sì che egli stesso voglia compiere il bene o pentirsi del male. Egli stesso può e deve decidersi a uscire dal pozzo nel quale è caduto. Se sa di avere vicino un amico, forse ci riesce. Accanto all’amico, una persona può entrare in relazione con il proprio autentico io; può percepire ciò che di sincero e di autentico c’è nel proprio cuore. Si può sentire avvolto d’aria fresca, grazie alla quale può respirare in modo diverso dal solito; e quest’aria lo indurrà a entrare in contatto con quello che di più sublime ed elevato c’è in lui.

Fotografia di Kerianne Brown

Il nostro compito consiste soprattutto nel mettere l’altro in relazione con i propri sentimenti più intimi e autentici, e nell’incitarlo a esprimere i silenziosi impulsi del suo cuore. Possiamo assicurargli la nostra vicinanza, dargli una mano e trasmettergli la certezza che la strada verso la salvezza è percorribile.

Un buon amico infonde coraggio, luce e speranza, anche se la notte è oscura. Aiuta l’altro a uscire dalla depressione dopo una grande caduta. Gli dà il coraggio necessario per rialzarsi e la forza per assumersi le proprie colpe, con tutte le conseguenze. E non per ultimo, risveglia in lui l’entusiasmo di schierarsi nuovamente per la vita. Un proverbio giapponese afferma: “ Con un amico accanto a me, nessuna strada sarà troppo lunga ”.

Nota finale

L’amore per la vita si esprime spesso nel coraggio, nella fortezza e nella giustizia. Nello stesso tempo, si mostra nell’umiltà, nell’ascolto e nella compassione. Difende sempre la verità e, nel migliore dei casi, riesce a costruire un’autentica amicizia.

Vogliamo dare la vita a tutti, sia a quelli che si trovano in pericolo materiale di perderla, sia a quelli che si trovano in pericolo spirituale di rubarla. Tutti hanno bisogno della nostra sollecitudine, e non dobbiamo dimenticare che colui che fa il male riceve più danno di colui che lo subisce.

Per questo motivo abbiamo fissato la nostra attenzione sulle vittime, forse ancora più distrutte dei bambini che non nasceranno o degli anziani che muoiono anzitempo. Vogliamo dar vita anche ai responsabili dell’aborto e dell’eutanasia. Vogliamo offrire loro il nostro aiuto per uscire dal loro errore e rivedere i loro atteggiamenti. Con ciò abbiamo ben chiaro che “ la verità non si impone se non con la forza della verità stessa ”.

Se un “ difensore ” si abitua a scoprire il nucleo buono di tutti gli uomini, e a stabilire un incontro con chi si è comportato male, allora migliorerà anche la propria condizione di vita. Nel rapporto sincero con gli altri cresce la sua vitalità. Se gli vengono in mente altre idee, verranno alla luce altri valori. Il “ difensore ”, soprattutto, diventa sempre più capace di amare, sempre più adatto a orientare. Acquisterà, in mezzo a un mondo caotico, sapienza per comprendere, pazienza per lottare e una gioia inesprimibile, che è frutto dell’impegno di guidare altri dall’oscurità alla luce. Il suo stile di vita si riassume nel famoso motto di Antonio Machado : “Pensare alto, sentire profondo e parlare chiaro”.

Jutta Burggraf

Conferenza della professoressa Jutta Burggraf pronunciata il 6 novembre 2009 durante il IV Congresso Internazionale pro-vita, tenutosi a Saragozza (Spagna).

Jutta Burggraf insegna Teologia Dogmatica ed Ecumenismo nella Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra.

  • Jutta Burggraf