49. Cosa successe al Concilio di Nicea?

Quasi in ogni pagina del Vangelo ci imbattiamo in personaggi che si chiedono qualcosa su Gesù: da dove viene, come mai insegna con tanta autorità, da dove deriva il suo potere, perché fa miracoli, perché sembra opporsi alle tradizioni, perché le autorità lo respingono. Sono domande che si fecero allora e si sono continuate a fare lungo i secoli. A queste domande se ne sono aggiunte altre sul Gesù storico: che lingua parlava, che rapporto aveva con Qumran, è esistito davvero Ponzio Pilato?

50 domande su Gesù
Opus Dei - 49. Cosa successe al Concilio di Nicea?

Il Concilio I di Nicea è il primo Concilio Ecumenico, cioè a dire, universale, in quanto parteciparono vescovi di tutte le regioni dove ci fossero cristiani. Ebbe luogo quando la Chiesa poté godere di una pace stabile e disponeva di libertà per riunirsi apertamente. Si svolse dal 20 maggio al 25 luglio dell’anno 325. Ad esso parteciparono alcuni vescovi che avevano nei loro corpi i segni dei castighi che avevano sofferto per mantenersi fedeli alle persecuzioni passate, che ancora erano molto recenti.

L’imperatore Costantino, che all'epoca non si era ancora battezzato, facilitò la partecipazione dei vescovi, mettendo a loro disposizione i servizi delle poste imperiali perché facessero il viaggio, e offrendo loro ospitalità a Nicea di Bitinia, vicino alla sua residenza di Nicomedia. Di fatto, considerò molto opportuna questa riunione, giacché dopo aver ottenuto con la sua vittoria contro Licinio nell’anno 324 la riunificazione dell’Impero, desiderava anche vedere unita la Chiesa, che in quei momenti era scossa dalla predicazione di Ario, un sacerdote che negava la vera divinità di Gesù Cristo. Dall’anno 318 Ario si era opposto al suo vescovo Alessandro di Alessandria, e fu scomunicato in un sinodo di tutti i vescovi d’Egitto. Ario fuggì e andò a Nicomedia, presso il vescovo Eusebio, suo amico.

Fra i Padri Conciliari si contavano le figure ecclesiastiche più rilevanti del momento. C’era Osio, vescovo di Cordova, che probabilmente presiedette le sessioni. Erano presenti anche Alessandro di Alessandria, assistito dall’allora diacono Atanasio, Marcello di Ancira, Macario di Gerusalemme, Leoncio di Cesarea di Cappadocia, Eustachio di Antiochia, Spiridione di Trimitonte e alcuni presbiteri in rappresentanza del Vescovo di Roma, che non poté assistere a causa della sua avanzata età. Non mancarono neanche i sostenitori di Ario, come Eusebio di Cesarea, Eusebio di Nicomedia e altri ancora. In totale i vescovi partecipanti furono circa trecento.

I sostenitori di Ario, che contavano anche delle simpatie dell’imperatore Costantino, pensavano che al momento di esporre i loro punti di vista la assemblea avrebbe dato loro ragione. Tuttavia, quando Eusebio di Nicomedia prese la parola per dire che Gesù Cristo non era che una creatura, sebbene molto eccelsa ed eminente, e che non era di natura divina, la immensa maggioranza degli assistenti notarono subito che questa dottrina tradiva la fede ricevuta dagli Apostoli. Per evitare così gravi confusioni i Padri Conciliari decisero di redigere, sulla base del credo battesimale della Chiesa di Cesarea, un simbolo di fede che riflettesse in modo sintetico e chiaro la confessione genuina della fede ricevuta e ammessa dai cristiani dalle origini. Si dice in esso che Gesù Cristo è “della sostanza del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, homoousios tou Patrou (consustanziale al Padre)”. Tutti i Padri Conciliari, eccetto due vescovi, ratificarono questo credo, il Simbolo Niceno, il 19 giugno dell’anno 325.

Oltre a questa fondamentale questione, a Nicea si fissò la celebrazione della Pasqua nella prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera, seguendo la prassi abituale della Chiesa di Roma, e molte altre cose. Furono pure trattate alcune questioni disciplinari di minore importanza, relative al funzionamento interno della Chiesa.

Per quello che si riferisce al tema più importante, la crisi ariana, poco tempo dopo Eusebio di Nicomedia contando con l’aiuto di Costantino ottenne di tornare alla sua sede, e lo stesso imperatore ordinò al vescovo di Costantinopoli che ammettesse Ario alla comunione. Frattanto, dopo la morte di Alessandro, Atanasio era subentrato all’episcopato in Alessandria. Fu una delle maggiori figure della Chiesa in tutto il secolo IV, e difese con grande altezza intellettuale la fede di Nicea, ma proprio per questo fu inviato in esilio dall’imperatore.

Lo storico Eusebio da Cesarea, anche lui vicino alla tesi ariana, esagera nei suoi scritti l'influenza di Costantino nel Concilio di Nicea. Se si disponesse soltanto di questa fonte, si potrebbe pensare che l’imperatore, oltre al pronunciare alcune parole di saluto all’inizio delle sessioni, fu protagonista della riconciliazione degli avversari e della restaurazione della concordia, imponendosi anche nelle questioni dottrinali al di sopra dei vescovi che partecipavano al Concilio. Si tratta di una versione distorta della realtà.

Seguendo tutte le fonti disponibili si può dire, certamente, che Costantino propiziò la celebrazione del Concilio di Nicea e influì nel fatto della sua celebrazione, prestando tutto il suo appoggio. Tuttavia, lo studio dei documenti mostra che l’imperatore non influì nella formulazione della fede che si fece nel Credo, perché non aveva capacità teologica per dominare le questioni che lì si dibattevano.